Luca Masserdotti: il poeta del dettaglio nell’era digitale

Luca Masserdotti, giovane studente universitario, si è diplomato nel 2015 al Liceo Classico Arnaldo di Brescia e oggi studia Scienze Politiche in Cattolica. Nel 2016 pubblica per Europa Edizioni Cielo Liquido, la sua prima raccolta di poesie che tratta di temi attuali quali l’amore, l’amicizia e principalmente il tempo.
La redazione de La Gallina Ubriaca ha deciso di incontrarlo per affrontare, dal punto di vista di uno scrittore in erba, l’arte della poesia nell’era digitale e nella vita quotidiana di un ventunenne.

Al giorno d’oggi risuona lo stereotipo del giovane ragazzo tutto “social e discoteca”. Tu quando e come hai deciso di avvicinarti al mondo della poesia?
È iniziato tutto all’età di otto anni; dopo aver assistito per la prima volta a una nevicata a Brescia ricordo che la maestra ci chiese di scrivere un testo sulla neve e io, talmente sconvolto da una cosa mai vista, iniziai a spezzare le frasi componendo, in maniera totalmente spontanea, la mia prima poesia. A partire da quel momento, ma in particolare dalla fine del liceo, scrivo assiduamente con una media di circa trenta o quaranta poesie al mese.

La poesia è dunque un percorso intimo e talvolta complicato; credi che per te sia iniziato tutto come una valvola di sfogo o semplicemente come un voler raccontare te stesso e il mondo che ti circonda?
Fifty-fifty. Sin da bambino quando cercavo di parlare delle cose, il mio scopo non era quello di raccontare “il grande fatto”, ma al contrario di partire dal particolare, dal dettaglio che magari la gente generalmente non percepiva e di cui non si curava e, da questo, trasmettere il mio modo di vedere la realtà sfogandomi allo stesso tempo di cose per altri probabilmente banali, come per esempio un litigio particolarmente brutto. Per dire, poco tempo fa ho visitato Porto, splendida città del Portogallo e, se tutti sono rimasti attratti dalla sua grandezza e dalla bellezza dei musei, a me sono rimaste impresse solo due cose, molto semplici: le maioliche di azulejo, quelle molto rovinate e deteriorate dal tempo, e dei sassolini colorati a Calle del Mar, dettaglio anomalo in mezzo a una spiaggia di sola sabbia fine. Per questo mi piace considerarmi “Il poeta del dettaglio”; è il dettaglio che crea la situazione, anche in una storia d’amore. È bello parlare di ciò che non tutti notano, è il dettaglio che mi permette di raccontare e di sfogarmi.

Poco prima parlavamo dei social e della loro grande valenza nel 2017: credi siano ancora un mezzo per noi o, al contrario, stiamo perdendo la nostra vera identità, diventando noi stessi un mezzo del web senza rendercene conto? E a questo proposito, pensi che la poesia diffusa online possa salvare chi siamo realmente?
È una bella domanda, in particolare adesso che Facebook e Twitter sono a mio parere i social oggi più sdoganati a livello mondiale. Le piattaforme stanno sicuramente facendo smarrire la nostra identità personale e questo non mi preoccupa per gli adulti (che hanno vissuto anni e anni al di fuori del boom digitale) ma, se non altro, penso ai giovani che cominciano a rapportarsi con questo tipo di realtà troppo presto, identificandosi in un’immagine che non è neanche la loro. È un peccato da questo punto di vista per i ragazzi, perché l’adolescenza è la fase di massima creatività, nella quale si ha la maggiore possibilità di fare tanto e, se si sprecano questi anni dietro al numero di Mi Piace, si perde un po’ l’essenza di quella che in realtà è la giovinezza. Se ripenso a qualche anno fa, ricordo ancora i telefoni con i quali, per inviare un messaggio, dovevi contare le parole perché due pagine di testo costavano più di una. Oggi al contrario sbrodoliamo parole come se non avessero importanza perché trecento messaggi costano zero. Nonostante questo, ritengo che i network, se utilizzati correttamente, siano un mezzo fenomenale in grado di garantire anche un lavoro e una stabilità economica; un esempio sono le webstar che in questo periodo funzionano molto. Per quanto mi riguarda, invece, uso spesso la poesia su Facebook perché mi piace spezzare la routine degli altri (oltre che la mia) e noto piacevolmente un riscontro positivo da parte di un range di età molto vasto che va dai quindicenni ai settantenni; tutti rimangono colpiti dalle mie pubblicazioni che, essendo molto comunicative, sono rivolte a tutti. A me piace dare emozioni dirette e non essere decifrato. Mi piace usare le mie parole proprio perché sono io a volerle e non perché potrebbero incontrare il consenso altrui. Forse uno dei maggiori problemi dei social è proprio il fatto che si pubblica qualcosa che prima deve piacere agli altri piuttosto che a noi stessi, e questo è l’errore che i poeti e gli scrittori di oggi fanno. Lo vedo tanto nei miei colleghi che cercano di fare arte e che convivono col terrore dell’approvazione altrui; approvazione che, personalmente, trovo assolutamente superflua. Per esempio ho recentemente pubblicato su Facebook una poesia dedicata a mio padre scritta in modo banale ma colma di emozioni e significato e, nonostante non fosse una delle migliori, ha ottenuto un successo enorme, semplicemente perché è arrivata al cuore degli altri e non perché io ricercassi chissà quale grande riscontro positivo.

Nel 2016 hai pubblicato il tuo primo libro, Cielo Liquido; quando e come nasce questo progetto?
Il progetto nasce a gennaio del 2016 quando vinco un concorso a Roma nella casa editrice Europa Edizioni. Il percorso con questo libro inizia con l’autofinanziamento, ovvero acquistando le prime cento copie con le quali però avrei avuto altrettante entrate e quindi zero perdite dal punto di vista economico. Le poesie contenute in Cielo Liquido nascono con l’idea di non essere pubblicate, ma in seguito all’esito positivo del concorso è stato bellissimo poterle mettere a disposizione di tutti. La prefazione è stata scritta da Laura Castelletti, vicesindaco e assessore alla Cultura di Brescia che si è impegnata a supportarmi, concedendomi insieme al sindaco il patrocinio del comune per la presentazione.

I social sono stati un buono strumento per pubblicizzare il tuo libro?
Decisamente sì. Facebook è stato utilissimo per informare le persone della presentazione del mio libro, creando l’evento online e ricordandolo a quanta più gente possibile. L’e-commerce è stata sicuramente la forma di vendita più efficace: molti miei amici provenienti da Spagna e Inghilterra hanno avuto la possibilità di acquistarlo in maniera facile e veloce senza troppi sforzi.

Hai in mente qualche nuovo progetto?
In verità sì. Per la pubblicazione del mio prossimo libro io e alcuni amici stiamo pianificando la realizzazione di un’associazione a Brescia che si impegna proprio a pubblicare giovani autori. Si tratterebbe di un piano di lavoro a trecentosessanta gradi: dalla creazione delle copertine disegnate dai miei amici artisti al piano editing fatto da una mia cara amica che studia proprio all’Università di Verona.

Che consiglio daresti ai giovani studenti dell’Università di Verona che leggono poesia, ma che non hanno il coraggio di scriverne una?
Il mio consiglio è di provarci. La poesia bella o brutta non esiste. A me piacciono Foscolo, Leopardi, Kerouac e Ginsberg e allo stesso tempo le poesie di una mia amica che utilizza le bestemmie come metafora dell’amore. Lei utilizza parole inusuali che però funzionano e ti fanno cogliere il loro vero messaggio; ed è tutto so poetic. Certe volte i miei versi sono così tanto carichi e ridondanti di parole che mi viene accusato il fatto di scrivere in prosa poetica ed è verissimo, ma io sono fatto in questo modo e mi piace scrivere così. Per cui, a chi legge sempre e non scrive mai per paura, dico che, se il cuore lo spinge a farlo, allora dovrebbe scrivere davvero. Il vero appagamento arriva dall’approvazione personale, dallo stare bene per aver scritto una cosa unicamente tua, sia che la poesia sia la tua espressione, il tuo diario, la tua liberazione personale o il tuo punto di memoria per ricordarti delle sensazioni che hai provato in un determinato momento.

Ginevra Li Rosi

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