Loving Vincent – mica Van Gogh

È nelle sale italiane il film Loving Vincent, che racconta gli ultimi mesi di vita del pittore olandese Vincent Van Gogh. Ciò che rende unico questo lungometraggio è che ognuno dei 65.000 fotogrammi utilizzati è un autentico dipinto a olio realizzato da pittori professionisti, proprio come se i quadri prendessero vita e cominciassero a muoversi, raccontando ben più di una storia, andando oltre ciò che si vede. 

È superfluo ampliare l’introduzione con ulteriori dati sterili facilmente reperibili su Wikipedia. E sarebbe semplice scrivere di Van Gogh, quel pazzo mantenuto che al tempo non si cagava nessuno e che ora fa bagnare tutte le fighette costruite che si atteggiano da finte intellettuali.
Invece scrivo per raccontare un’emozione. Vi racconto un’emozione tanto vera quanto grezza, come le sue pennellate di colore.

L’emozione che trasmette Van Gogh va oltre, è altro: non è mainstream, non si può stampare su una felpa, non su un paio di scarpe o sulla cover del telefono; non è un’immagine caricata su Facebook. Cosa ne so io di Van Gogh? Non molto. Ma conosco le emozioni che è riuscito a trasmettere. Banalmente, mi basta sapere che nelle cassette registrate della mia infanzia – si parla di Rai Uno anni Novanta – le pubblicità erano inframezzate dalle animazioni dei suoi quadri. Quelli che si muovevano così colorati e aggressivi, talmente carichi da essere violenti, così vivi da far male come la vita, con le pennellate che sferzavano il dolore sulla tela attraverso quel suo tipico colore grumoso, pesante come un macigno sul petto, come la depressione. E il colore addolorato della pazzia, della poesia e della malinconia è sulle stesse tele da cui emerge la solitudine del nero, quello autentico, come il lato oscuro della vita, e della luce colorata della morte.
I suoi colori brillano di più nel buio della sala cinematografica.
In questa pellicola il passato in bianco e nero di Van Gogh è come i sogni, gli incubi che prendono forma davanti allo schermo, e ha la stessa sostanza di quel brivido che annuncia la sindrome di Stendhal nel vedere La notte stellata prendere vita e muoversi, con le lacrime nel veder rappresentato il dinamismo della propria anima a colori.
E non resta più niente, solo l’essere sovrastati dalla bellezza e coinvolti da una vita, dalla vita. Questa vita che non è diversa dalla sua, perché i sentimenti sono gli stessi.

Non ho aspettato la fine dei titoli di coda, sono uscita furtivamente dal cinema tirandomi su il cappuccio e guardando in basso. Così in fretta da dimenticare il telefono in sala. Torno indietro, la signora che mi era seduta di fianco me lo porge. Ha anche lei il volto rigato di lacrime.

Lara Romeo

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