George R. R. Martin è il nuovo Tolstòj

Chiunque abbia studiato letteratura ha sentito parlare di Lev Nikolàevič Tolstòj. Meno conosciuto agli studiosi, ma sicuramente famoso nel mondo del fantasy moderno, è invece George R. R. Martin, che ha raggiunto la fama mondiale grazie alla Saga del Fuoco e del Ghiaccio, più comunemente conosciuta come “Il Trono di Spade”, da cui hanno tratto una serie tv che questo luglio ha impedito a tutti gli universitari che ne sono fan di mantenere una media alta o di avere una vita sociale. Ma cos’hanno in comune questi due straordinari scrittori? Il primo è russo, nato nel 1828 e conosciuto per quelli che sono ormai ritenuti grandi classici, che indagano sul mondo della Russia dell’epoca, tra isbe contadine e palazzi signorili. Il secondo è statunitense, nato nel 1948, e al contrario ambienta i suoi racconti in un mondo a noi estraneo: Westeros, in cui draghi e non morti fanno parte non solo delle leggende, ma anche della vita reale.

La risposta si trova nella concezione della storia che ne traspare. Perché i loro romanzi non si limitano a descrivere un mondo, ma lo creano dalle loro parole, grazie agli innumerevoli narratori, parte di una grande storia corale collettiva. Entrambi sono scrittori-psicologi, che danno spazio alle voci interiori ed esteriori dei personaggi, senza mai annullarne i punti di vista. Napoleone e Robert Baratheon sono importanti quanto un piccolo proprietario terriero o un nobile decaduto, perché anche delle persone all’apparenza ininfluenti possono diventare un possibile centro di azione storica. I personaggi che sembrano principali diventano quindi inutili nell’arco di pochi capitoli (R.I.P. Ned Stark), dato che tutti hanno la stessa importanza e lo stesso potenziale. Chi pensa di essere il protagonista della storia a causa della sua abilità, intelligenza, o grado, è ben presto smentito: tutto quello che sta facendo è semplicemente recitare il suo ruolo all’interno della graduale costruzione della storia. Napoleone e Daenerys non sono i protagonisti dei loro romanzi, perché tutti i personaggi lo sono.

Tolstòj e Martin creano un tipo di epica contemporanea, che mette a modello epico anche il quotidiano. Attraverso le narrazioni nobiliari, belliche, e comuni, plasmano il nucleo della storia, una storia che non parte dai vertici, bensì dalla collettività, grazie all’insieme delle vite di ogni persona. Se hanno così tanto in comune allora perché uno è considerato un capolavoro della letteratura e l’altro un romanzetto fantasy? L’opera di Martin è molto più lunga, e su molti aspetti anche complessa, rispetto a quella di Tolstòj. Eppure, nonostante sia acclamata dalla critica mondiale, quando diciamo di leggerlo la solita risposta è “ah ma è fantasy” con un tono schifato, come se l’intero genere fosse un ammasso di spazzatura. Il fatto che siano presenti draghi, magia e zombie non rende meno vere le vicende umane raccontate, con personaggi la cui psicologia non ha nulla da invidiare a quella di una persona reale. Chi non capisce le azioni di Cersei, per quanto spietate possano essere? Chi non ha inveito contro l’impulsività di Robb? Chi non si è innamorato insieme a Daenerys di Khal Drogo?

Bisogna smettere di giudicare un libro dal suo genere, e cominciare ad apprezzare di più i draghi sputafuoco ammazza-eserciti.

Silvia Pegurri

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