“Il complice” e/è la marionetta

La marionetta è un fantoccio in legno, stoffa o altro materiale ed è una figura a corpo intero mossa dall’alto tramite dei fili. Chi allestisce gli spettacoli di marionette è detto marionettista. ”. Questa è la tipica definizione che trovereste in qualsiasi dizionario se mai doveste cercare il significato del termine “marionetta”. Se foste muniti di un bel libro di Storia del Teatro vi verrebbe anche chiarito che questo tipo di fantoccio assieme ai burattini, ai pupazzi e alle ombre, sarebbe una delle varie forme spettacolari del Teatro di Figura.

Ma a queste nozioni base bisognerebbe aggiungere che la marionetta fa parte di una tradizione secolare gelosamente custodita e tramandata da padre in figlio o dai marionettisti più esperti di una compagnia a rare new entry. Chi opera attraverso quest’Arte non apprende solamente le modalità per ricreare il movimento del fantoccio ma anche le tecniche per costruirne interamente uno. Infatti quando si parla di Arte, non ci si riferisce solamente all’attività scenica ma anche, e soprattutto, a quella d’artigianato che spesso si presenta come una necessità per l’ideazione di nuovi personaggi e intrecci narrativi. Il marionettismo, dunque, è un mondo di segreti e di nozioni di cui poche persone possono usufruire.

Fortunatamente a Verona vi è l’ Associazione culturale veronese Mitmacher, che grazie Lucca Passeri e Stefano Scherini provenienti da anni di sodalizio artistico con la pluricentenaria Compagnia di marionettisti C. Colla, ha potuto importare questa meravigliosa pratica anche nella nostra città.

Il 5 e 6 maggio i due attori hanno chiuso la rassegna teatrali #Paesaggiumani 2017-2018 di Fucina Culturale Machiavelli, mediante una meravigliosa rilettura in chiave marionettistica del dramma “Il complice” di F. Dürrenmatt.

Uno spettacolo dalle forti tinte noir che racconta la storia di Doc, un chimico disoccupato ed ex dipendente di una grande industria, che viene arruolato da Boss, un capo di una banda di assassini, che lo convincere a dissolvere i suoi cadaveri nei sotterranei di un edificio per denaro. Ma alla fine Doc perde tutto, la sua amata, suo figlio e la sua dignità. Un intreccio narrativo avvincente che tratta il tema del lobbismo e dell’influenza delle imprese criminali nelle decisioni dei dirigenti di una nazione, sino all’effettiva presenza di delinquenti all’interno dei livelli massimi dell’apparato statale. Un argomento che al giorno d’oggi ci sembra estremamente recente. Sebbene l’opera sia stata scritta nel 1977. Ma come sostiene Stefano Scherini :<< un artista è un genio quando mediante le sue opere riesce ad anticipare gli eventi futuri, trasmettendo, così una visione universale e atemporale.» E come non dargli ragione? Sembra il noto quadretto sociopolitico che ogni tipologia media quotidianamente ci pone davanti. E di fronte a una situazione simile non vi è un lieto fine, non vi sono false promesse, non vi è nessun tipo speranza.

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È una vicenda verosimile, che avvicina lo spettatore al messaggio stesso dell’opera, ma che allo stesso modo gli ricrea lontanamente quel senso di straniamento brechtiano. In parole povere, il pubblico raramente s’impersonifica o si sente profondamente colpito da ciò che succede. Il totale coinvolgimento emotivo è raro e labile e in generale il teatro di figura permette questo tipo di distacco. I teatranti  non si limitavano solo a esser marionettisti, ma in alcune scene compivano azioni a nome delle stesse marionette, facendone completamente le veci e assumendosi il rischio delle proprie azione. È mediante questo gioco di complicità fra il fantoccio e l’attore che la narrazione procedeva con un perfetto continuum a livello recitativo.

Lo spazio d’azione su cui si muovevano le marionette e i marionettisti comprendeva la maggior parte del palco e ricreava approssimativamente lo scabro sotterraneo di Doc: a sinistra vi era il necrodializzatore, al centro vi era il laboratorio di Doc a mo’ di gazebo e infine a destra vi era il montacarichi da cui si entrava. La scenografia era essenziale che permetteva di attuare dei veloci cambiscena e delle deliziose scenette tragicomiche.

 In generale il ritmo dello spettacolo è stato incalzante, non vi sono mai stati tempi morti o battute di troppo. Un allestimento ideale ed inaspettato per chiudere in bellezza la rassegna di Fucina Culturale Machiavelli.

Valeria Pegoraro (Valérie Blueor)

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