Parigi: tra orrore e fascinazione

C’è un detto: i parigini hanno sempre la puzza sotto al naso, e di fatto è vero, forse perché non raccolgono mai la “merde” del proprio cane. Se dovete visitare Parigi tenete a mente che dovrete armarvi di aste da sci per fare lo slalom o vestirvi da Super Mario per saltellare tra i funghi marroni.

A parte gli scherzi, è davvero una città interessante, non per nulla chiamata “La capitale d’Europa”. È il posto ideale per una fuga romantica o un viaggio di scoperta culturale mozzafiato. Per i fortunati cittadini dell’UE un buon 90% dei musei è gratuito fino ai 26 anni, tutti i giorni! Italia guarda e impara! Il sistema di trasporti è quasi al pari di quello di Londra, una fitta rete che ricopre tutto il centro e la periferia: con un abbonamento chiamato Navigo o con un semplice biglietto potete usare qualsiasi mezzo, bus, metro o RER (treno sotterraneo) per muovervi senza problemi.

Il cibo è costosissimo e in confronto ai nostri piatti prelibati effettivamente molte cose fanno un po’ schifo e si presentano in modo squallido. Però bisogna riconoscere che se c’è una cosa che questi francesi sanno fare bene è il formaggio, ce ne sono addirittura 300 tipi diversi e non abbiate paura, se esiste una muffa sicuramente ci sarà un formaggio che la indossa divinamente, con un nome impronunciabile e squisitamente in stato di putrefazione.

Il famoso croissant invece merita davvero il suo nome: nato dal burro si scioglie letteralmente in bocca, diventando una vera e propria droga. Una volta tornati guarderete per sempre con nostalgia il vostro squallido cornetto appena scongelato e venduto al bar. Difatti il sacro vangelo della Francia porta appunto il nome di “Burro”: burro nell’impasto del pane, burro nel panino con prosciutto e formaggio, burro sui letti, burro sui francesi, burro burro burro burro. “La torre Eiffel è burro e metallo perché se scivoli muori”.

Per gli amanti del bere c’è un’ampia scelta di sidri normanni e birre francesi davvero interessanti, tutte sopra i 7° appaiono sempre con qualche nota dolciastra davvero tipica. Una settimana a Parigi è l’ideale per visitare la maggior parte delle attrazioni, ma è una città davvero enorme, a mio parere soltanto in un mese si potrebbe cominciare ad entrare in un’ottica di comprensione dell’immensità storica che la circonda. Guerre, rivoluzioni, fiamme e pestilenze sono incise sulle sue mura, dei solchi culturali che soltanto pochi monumenti riescono ancora ad attestare.

Sicuramente il tour classico comprende la Cattedrale di Notre Dame, la Sainte-Chapelle, l’Arc De Triomphe, il Museo D’Orsay, le Catacombe, il Louvre, una passeggiata per Montmartre, la Torre Eiffel e via dicendo, ma di questi posti, alcuni abbastanza scontati, quelli che mi sono rimasti più impressi e di cui vi parlerò in queste ultime righe sono la Sainte-Chapelle, le Catacombe e il Museo d’Orsay.

Dovete sapere, miei cari lettori, che le vetrate più belle di Parigi si trovano proprio nella Sainte-Chapelle, una chiesa in stile gotico del XIII secolo. Appena saliti i gradini dell’ingresso si viene proiettati in una dimensione policromatica, quasi psichedelica, frattale, si rimane letteralmente a bocca aperta senza più capire dove voltarsi. Sembra quasi una volta celeste divinamente decorata da una miriade di immagini che raccontano antefatti biblici. Si sente troppo spesso parlare solo di Notre Dame, ma la fama non regge minimamente il paragone estetico!

La bellezza dei musei, le opere architettoniche e i boulevards di Parigi sono però una copertura per il grande orrore che in realtà si nasconde sotto questa città ammaliante. Difatti, nei suoi profondi meandri, giù e ancora più giù, si cela la più grande necropoli del mondo: 300 km di ossari con 6 milioni di scheletri, ben sistemati per creare pareti, colonne e crocifissi, formati da teschi impilati l’uno sopra all’altro.

Giusto per spendere un paio di parole anche sul Museo d’Orsay bisogna dire che raccoglie un’immensa raccolta di pittori impressionisti e simbolisti, da Manet, Monet, Degas e Gauguin, al più pseudo espressionista Van Gogh.

Sembra di tornare indietro nel tempo, in questo panorama cucito in abiti di quasi duecento anni fa, cappelli a tuba, baffi unti di assenzio e oppio, sguardi assenti. Per quanto ormai rimanga ben poco di queste correnti artistiche, troppo diluite nella globalizzazione, talvolta può capitare di rincontrare la vecchia fata verde in qualche locale malfamato.

Edoardo Cipriani

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