Recensione onesta (ma non molesta): La profezia dell’armadillo

La funzione del trailer, per definizione, sta nel porgere ai potenziali spettatori un assaggio di quello che racchiude il film, ma negli ultimi tempi sembra piuttosto depistare le aspettative da quella che sarà poi la trama effettiva.
E’ quanto accaduto per La profezia dell’armadillo, film presentato il 3 settembre alla 75esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Tratto dall’omonima graphic novel del fumettista romano Michele Rech, meglio conosciuto col nome d’arte Zerocalcare, il film è ben lontano dalle prime critiche affiorate dopo l’uscita del trailer.

Purtroppo una brutta abitudine che caratterizza noi italiani è proprio sminuire e criticare le produzioni nostrane, come se il nostro repertorio si limitasse a vergognosi cinepanettoni. Come falene da una lanterna, siamo invece attratti dallo sfavillante mondo di Hollywood, che ci sembra di gran lunga migliore. Non è un caso che l’Italia sia la patria del Neorealismo mentre gli Stati Uniti continuano a sfornare super eroi.

E non sempre con esiti positivi; tornando indietro nel 2011 infatti, gli amanti del fumetto sentiranno bruciare una ferita ancora aperta, inflitta da uno sbaragliato manipolo di americani che ha deciso di adattare alle proprie regole il pilastro trentennale di casa Bonelli, Dylan Dog, realizzando un lungometraggio totalmente a sproposito, che del personaggio aveva solo il nome.
Per chi invece non l’avesse visto, un paragone a tale offesa lo si può trovare nei video di Tasty dove spaghetti mollacciosi con burro e ketchup vengono spacciati come deliziosa pasta al pomodoro.
La proporzione di ingiuria è la medesima.
Italians do it better, anche se gli americani ce l’hanno più grosso.

Fortunatamente tale fallimento non si è ripetuto con La profezia dell’armadillo, che merita invece di essere guardato.
Questo film è un’opera creata al 100% in Italia: regista, attori, sceneggiatori, produttori, musicisti, ambientazioni italiane, e presentato al festival del cinema di Venezia, il più anticoal mondo.
Ma soprattutto tratto da un fumetto realizzato da un giovane italiano, che ha contribuito attivamente alla ripresa del mercato del fumetto nostrano – da qualche anno ormai in declino – e che trarrà sicuramente beneficio da questo film.

Indubbiamente sono presenti luci e ombre, ma non per questo il film merita di essere affossato.
È fondamentale ricordare che gli adattamenti cinematografici da libri o fumetti sono sempre delle operazioni di traduzione, e in quanto tali è inevitabile che si perda qualcosa e che si arricchisca invece sotto altri aspetti. Questo è dovuto al fatto che pellicola e carta parlano due linguaggi diversi: nei fumetti ci sono disegni, vignette, didascalie, pensieri e parole racchiusi in nuvolette, al cinema ci sono suoni, musica, movimenti, ci sono attori che attraverso la loro gestualità esprimono un vasto repertorio di emozioni.
Nessuna delle due
versioniè semplice, e ancor meno lo è il passaggio dall’una all’altra.

Questa transizione è ben visibile nei primi minuti di film, in cui l’animazione dei disegni originali sfuma in realtà (anche se, onestamente, non sarebbe stato male vederlo proseguire come cartone).

E nonostante ciò, l’aderenza al testo è rispettata in molte scene, tanto che in alcune sembra di vedere le vignette prendere vita con attori veri in carne e ossa (non a caso alla sceneggiatura c’è lo stesso Zerocalcare). Il calore del pubblico si è manifestato con applausi in sala durante la proiezione, a conferma che il film, ancor prima di concludersi, è stato accolto bene, e promette di non deludere nemmeno i fan più accaniti.

Un dettaglio importante che si è perso è la forte vena di cultura pop: come già si nota dal trailer, non c’è traccia della mamma che, citando: “per questioni di privacy ha le fattezze di Lady Cocca”; dimenticatevi amici e situazioni incarnati in Jar Jar Bings, Vandana Shiva, dinosauri, e altri simpatici animaletti quasi sempre appropriati.
L’unico a rimanere, per ovvi motivi, è proprio l’armadillo: coloro che speravano in un’animazione che interagisce con gli attori alla
“Chi ha incastrato Roger Rabbit?” resteranno delusi, perché l’animale-guida in questione non è altro che un costume con dei tubi corrugati a fare da corazza.
Una scelta forse costretta dal budget, che però si è rivelata un azzardo riuscito e ne va apprezzato il coraggio: cadere nella goffaggine ridicola dei pupazzoni di Gardaland sarebbe stato un attimo, e invece riesce a mantenerne la dignità. E alla fine, anche a risultare tenero.
… Anche se l’attore che ci è dovuto stare dentro e recitare per
gran parte dei 133 minuti di pellicola probabilmente non avrà pensato lo stesso.

A proposito di attori, forse il tarchiato Michele Liberati, scelto per la parte principale, nonostante le doti recitative non è stata la decisione più azzeccata: lo Zero fumettistico infatti è smilzo ed emaciato, cammina pure curvo da quanto è magro. Situazione opposta invece per quanto riguarda Pietro Castellitto, l’attore che interpreta Secco, che è del tutto identico al personaggio del fumetto, tanto da far sembrare che ai provini abbiano messo fuori un disegno con scritto: “Cerchiamo attori che gli assomigliano”.

A fare da sfondo alle vicende narrate c’è una Roma che si rileva protagonista tanto quanto Zero e Secco: moderna, dinamica, inarrestabile, problematica, caleidoscopica, centrale e periferica, non priva di citazioni inevitabili a grandi classici come “Vacanze romane”.

Eppure, oltre tutti questi aspetti, la vera animadella “Profezia dell’armadillo”è rimasta invariata: il ricordo di Camille pervade ogni istante dall’inizio alla fine, tanto potente da sembrare tangibile, concreto e denso come quando si sfogliano le pagine del fumetto, ma altrettanto etereo e baluginoso, come solo la sostanza dei ricordi sa essere.
Un omaggio tanto profondo quanto amaro, con il retrogusto dolciastro dell’adolescenza, come le parole non dette e le occasioni perdute.
E alla fine, all’apparire dei titoli di coda, sono sgusciata fuori dall’oscurità della sala, sono sgattaiolata via per prima, codarda, per non farmi vedere da nessuno.
Per ritrovarmi alla luce del sole col volto rigato di lacrime.

Lara Romeo

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