Halloween in un manga: Deathco di Atsushi Kaneko

Solo da pochi anni, in Italia, il 31 ottobre sta lentamente entrando nella nostra cultura come data della festa di Halloween, e non solo come il giorno prima del ponte dei morti. Dal taglio fortemente anglosassone e pagano, strano anche da pronunciare e facilmente storpiabile, questo giorno continua a essere soppiantato da decorazioni natalizie premature.
Per evitare di celebrarlo sempre allo stesso modo mettendosi un lenzuolo addosso o guardando The Nightmare Before Christmas, il manga Deathco di Atsushi Kaneko si rivela un’ottima alternativa.

Il fumetto comincia con la descrizione della Gilda, un’organizzazione illegale che agisce in modo segreto: seleziona una persona da uccidere, chiamata testa, e lo notifica a degli assassini con cui ha sottoscritto un contratto. Quando questi assassini, detti reaper (dalla definizione inglese ‘colui che miete cereali’ etc; personificazione della morte), accettano l’ingaggio, si avviano a mietere la testa indicata mascherati in modo inquietante e bizzarro. Con quale criterio la Gilda scelga la testa e perché i reaper si travestano non è dato saperlo.

Deathco è la reaper che dà il nome al manga, ovvero una ragazzina di circa 13 anni in piena crisi adolescenziale: vestita perennemente di nero, sempre incappucciata, truccata pesantemente come Il Corvo, mastica gomme crogiolandosi nella noia e l’apatia più totali. Odia il mondo intero, tutto e tutti, se stessa compresa. L’unica attività che la interessi è l’omicidio, tanto da impiegare il tempo tra una mietitura e l’altra realizzando armi micidiali di sua invenzione con vecchie bambole.
Al di là di questo, non si sa nient’altro.
Nemmeno l’ambientazione, anche se è probabile che si tratti del Giappone.
Anche gli altri personaggi sono avvolti da una nebbia di mistero, le loro identità e il loro passato sono incerti e indefiniti (chi ha visto l’anime Cowboy Bebop sarà già abituato a questo tipo di approccio).

Per chi ha amato le atmosfere dark e ciniche di Death Note – purtroppo mai ampliate a dovere per via della trama principale dal taglio investigativo – questo seinen atipico, a tratti shonen, è una buona rivendicazione.

In Italia e nel mondo non ha avuto molto riscontro, probabilmente perché è uscito da pochi anni (in Giappone nel 2014, in Italia a puntate dal 2015) e non è stato molto pubblicizzato, nonostante l’autore sia già conosciuto per Bambi, Soil e Wet Moon.

Atsushi Kaneko, tra l’altro, non nasce professionalmente come mangaka, ma come laureato in economia: solo mentre è alla ricerca di un impiego professionale si avvicina da autodidatta al mondo dei fumetti, dedicandosi anche all’illustrazione e alla creazione di copertine di CD; a maggior riprova che non è una laurea a definire una persona e il suo futuro, e che non bisogna mai smettere di sognare.

In Deathco è notevole l’influenza della cultura popolare, soprattutto nell’atmosfera gotica alla Tim Burton, lo splatter pulp di Quentin Tarantino e il surrealismo di David Lynch. È carica di violenza fine a se stessa che deforma i personaggi in caricature grottesche, non è un caso infatti che per mietere i reaper indossino maschere che rendono il volto irriconoscibile.
Anche le vignette sono caratterizzate dal taglio fortemente cinematografico, a tratti sembrano storyboard: pagine intere di fotogrammi che compongono una scena in movimento, tanto da privilegiare le espressioni facciali dei personaggi e i suoni onomatopeici rispetto a balloon colmi di dialoghi. Si tratta di una narrazione che prosegue per immagini più che per parole.
Forse le scene di azione, necessarie negli shonen, sono confuse e vanno osservate con attenzione per ricostruire ciò che sta succedendo, non sono infatti di comprensione immediata.

Deathco è un manga a tutti gli effetti, ma ci sono alcuni punti in forte contrasto con ciò che lo definisce come tale.
Finalmente i personaggi non hanno gli occhi sproporzionati ma (leggermente) a mandorla. È appena accennato, ma è già qualcosa.
I disegni sono puliti, le linee sono nette con campiture di bianco e nero, non solo perché il manga non è mai uscito a colori, ma perché è proprio dell’atmosfera, tanto da poterlo definire noir.
Inoltre, contrariamente a tanti altri manga che si prolungano per venti e passa volumi (si vedano saghe infinite come Dragon Ball o One Piece) questa serie si conclude in soli sette volumi.
Non ha uno sviluppo intricato colmo di sotto trame, ma segue un filo narrativo lineare, breve e conciso – altra caratteristica che lo distingue dalle produzioni fumettistiche nipponiche – mantenendo però colpi di scena inaspettati.

Siete ancora convinti di voler trascorrere la notte in discoteca con una zucca in testa a bere cocktail annacquati?

Lara Romeo

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