Brexit: glossario (semi-serio) per principianti

Confessione: amo sia le analisi politiche che le fail compilation, quindi ovviamente la Brexit è una mia assoluta passione. Dopo due estenuanti anni di crescendo, finalmente l’intero processo è in procinto di entrare nel suo vivo e quando succederà sarà utile avere una pratica guida orientativa. Quindi permettetemi di sfruttare le ore passate ad ascoltare gli ORDHAR! superinglesi dello speaker della House of Commons (quell’uomo mi rallegra le giornate) e offrirvi qualche spunto. Ovviamente tale guida però ha due evidentissimi limiti: una scarsa serietà (perché la serietà mi costringerebbe all’empatia e allora sarebbe per tutti solo una valle di lacrime) e un  moderato approfondimento. Perché la Brexit è un problema complesso, dannatamente complesso.

Come eloquentemente si espresse nella sua pura rassegnazione inglese, James O’Brien – uno dei giornalisti che più in questi anni si è occupato della Brexit – dopo il recente sgretolarsi del gabinetto di Theresa May: ‘Goodness gracious me, what a mess’.

Leavers = ovviamente chi ha votato per uscire dall’UE al referendum del 23 giugno 2016, che vinsero con un 52% che di fatto spaccò il paese (tutte così le espressioni democratiche ultimamente).

Remainers = altrettanto ovvio, chi ha votato per rimanere. I Remainers però oggi contano anche un sottogruppo tutto speciale che si è dato il nome di RemainersNow, cioè ex-Leavers che hanno cambiato idea sul loro voto e che secondo i sondaggi sono in continuo aumento.

Brexit means Brexit = uno dei primi e uno dei più memebili (soggetti a meme, ndr) slogan creati da Theresa May nel 2016, quando cioè è stata incaricata dell’adorabile compito di far avverare tutte le assurde promesse fatte dalla campagna Leave. Due anni dopo ancora ci si chiede cosa esattamente voglia dire  Brexit means Brexit.

Have our cake and eat it = se vi state chiedendo perché così tanti titoli di giornale inglesi parlano di torte negli ultimi due anni, la colpa è tutta di Boris Johnson, tenerello esponente dell’estrema destra inglese e uno dei fautori principali sia del referendum che della campagna Leave. Storpiando infatti un proverbio inglese che in soldoni significa che se mangi la torta questa non c’è più (geniali questi inglesi), ha famosamente dichiarato che sì potevano sia mangiare la torta che averla, in riferimento alla completa fantasia che il Regno Unito potesse uscire dall’Unione Europea e continuare a goderne tutti i vantaggi. Questa ridicola affermazione è diventata un po’ il simbolo dell’arroganza di una certa parte dei Leavers e ha perseguitato Johnson dal momento in cui gli è uscita di bocca – recentemente un giornalista gli ha suggerito di farlo incidere sulla sua tomba.

Project fear = durante il referendum del 2016 ogni esperto di qualsiasi settore aveva messo in guardia i Leavers delle possibili catastrofiche conseguenze dell’uscita dall’UE. Tutto questo era stato giudicato dalla campagna per il Leave come puro allarmismo e ribattezzato con la catchphrase ‘project fear’. Perché ‘che ne sanno gli esperti’ è il nuovo paradosso che piace alle democrazie occidentali.

Brexiter = qualcuno che è in favore dell’uscita del Regno Unito dall’UE (anche oggi, non solo al tempo del voto)

Brextremist = un’estremista della Brexit, solitamente usato in senso dispregiativo per descrivere qualcuno incapace di cambiare idea o riconoscere la realtà quando gli viene presentata.

Brexit Secretary = la posizione nel governo inglese creata ad hoc per occuparsi di tenere insieme il delirio burocratico e di negoziazioni che è la Brexit. Tale figura è ormai però diventata l’insegnante di difesa contro le arti oscure del governo inglese: ogni dieci mesi c’è ne uno nuovo.

Articolo 50 = articolo 50 del Trattato di Lisbona che il Regno Unito ha invocato per uscire dall’Unione Europea. Dopo l’invocazione il paese ha tempo due anni per negoziare la sua uscita, tempo che per gli inglesi scadrà il 29 marzo 2019 … giusto in tempo per il primo di aprile. Il tempo concesso può essere prolungato solo con un voto favorevole di tutti e 27  i paesi restanti, che è come dire a ogni passaggio della cometa di Halley (questa possibilità nel gergo è ultimamente stata battezzata brextension perché ormai affanculo la lingua inglese, giusto?)

Soft Brexit = una delle due modalità di Brexit proposte dalla May all’inizio delle negoziazioni. Come il peluche che stringete la notte o un pigiama di cotone in color pastello, soft sta indicare un suo essere ‘confortante’ e ‘delicato’. I modelli di riferimento a cui il Regno Unito si ispira in cui questo senso sono quelli della Norvegia o di una situazione cosiddetta Canada plus. L’idea sarebbe quindi quella di copiare modelli di relazione già esistenti che altri paesi hanno con l’UE. L’accordo presentato da May in parlamento in questi giorni è considerato il risultato di una soft Brexit ed è per questo odiato da ogni parte: è il compromesso che scontenta tutti allo stesso modo (che bella la democrazia).

Hard Brexit = come il comodino contro cui sbattete il mignolo, questa è più dura e dolorosa da sopportare, con l’opzione addirittura di un’uscita senza accordo.  Tra le conseguenze principali ci sarebbe la questione confini: prevedrebbe cioè la fine del libero movimento e la conseguente uscita dal mercato unico. Per molto tempo un en passe logica dei sostenitori della chiusura categorica dei confini è stato capire il concetto che non si può essere contemporaneamente nel mercato unico e impedire la libera circolazione (ovviamente con riferimento all’immigrazione): è sempre la vecchia questione della torta.

Blindfold Brexit = altro scenario non edificante per la GB, prevedrebbe sostanzialmente uno stato di limbo in cui non esistono tra UE e Regno Unito accordi chiari e questo rimane di fatto sotto le leggi dell’Unione Europea fino al 2020 (anno a cui verrebbero posticipati la fine dei nuovi negoziati) ma senza avere diritto di voto all’interno dell’UE. In realtà questo è proprio ciò che gli oppositori dell’accordo della May accusano: l’accordo adesso esistente infatti prevede un periodo di transizione in cui il Regno Unito dovrebbe continuare a vivere sotto le leggi europee senza però poter dir nulla in materia.

Deal/ withdrawal agreement = il benedetto agognato accordo. L’ufficiale bozza esistente conta 585 pagine, ma badate bene non è tutto, perché questo mattone allucinante traccia solo le linee guida che, ha detta delle opposizioni, sono comunque ancora troppo vaghe.

Divorce bill = il prezzo del divorzio che il Regno Unito dovrà pagare all’UE per quanto riguarda gli impegni che aveva già preso prima del ‘non sono io, sei tu’ (sì, per gli inglesi è il contrario).

Chequers plan = la bozza di documento redatta dal governo della May riguardo alle linee guida da tenere sulla Brexit, stilata quella volta che ha chiuso tutti i suoi ministri nella Chequers House (una residenza di campagna del Primo Ministro) e ha minacciato di non fare uscire nessuno finchè non si raggiungeva un piano coerente (storia vera). Ovviamente tutto questo in risposta al fatto che la Merkel aveva dichiarato un frustrato e vagamente umiliante ‘non si è capito cosa vuole il governo inglese, chi sa se la May lo sa’ (sto parafrasando, ma tutti conosciamo il tatto della Merkel in ogni caso). Buona parte dell’opposizione interna alla May proviene dal fatto di non essere riuscita a mantenere molti dei propositi più improbabili di questo piano, dismessi dall’UE come ‘magical thinking’, ‘pensiero magico’ (ribadisco la faccenda ‘torta’).

No deal = il vero scenario apocalittico da temere: avverrebbe nel caso in cui non si raggiungesse né un accordo né un allungamento dei tempi di trattative, risultando di fatto nell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea dall’oggi al domani, senza un vero piano che regoli nulla, con particolare riferimento ai confini e all’import e l’export. Sebbene il governo stia cercando di sdrammatizzare alla grande i possibili risultati di un evento simile e molti brextremist (usiamo sto vocabolario, giusto?) preferiscono questo scenario a una soft Brexit, la verità è che i pronostici sono da bollettino di guerra, tanto che molti ospedali stanno già facendo scorte di medicinali e alcune organizzazioni no-profit si sono già dette pronte nel caso ad intervenire per portare cibo e oggetti di prima necessità. Si stima per esempio che se non ci fosse abbastanza insulina immagazzinata molti diabetici sarebbero a rischio di vita (ecco la valle di lacrime di cui vi avvertivo. È vero i meme fanno ridere e Cameron ha infilato l’uccello in un maiale, ma la realtà è che questa è una catastrofe economica che colpirà i più deboli per generazioni, gli stessi che hanno votato a favore perché circuiti da una campagna piena di menzogne).

No deal is better than a bad deal = sdrammatizzando anche noi, questa è una terribile frase pronunciata da May stessa che per prima ha messo sul piatto l’opzione no deal, un bluff che le è esploso in faccia visto che un tale prospettiva non pare poi così assurda adesso.

Second referendum = assoluta fantasia dei Remainers che ancora vivono nel 2016. Scherzo. Ma parlando seriamente, un secondo referendum potrebbe in teoria (ma molto teorica) avvenire se l’accordo della May venisse bocciato al parlamento e questo votasse per indire un secondo referendum. Questa è la direzione in cui sta spingendo il partito laburista che vorrebbe o un secondo referendum o (ancora meglio) andare ad elezioni visto che i conservatori sono impegnati ad autofagocitarsi. Nonostante dimostrazioni pubbliche a favore del referund come la People’s vote March, questa pare ancora una delle opzioni improbabili. C’è anche la questione dello stabilire se l’articolo 50 sia revocabile o meno (fatto su cui i giuristi si stanno litigando da due anni perché scrivere articoli importanti in modo vago e molteplicemente interpretabile mette il sale alla vita). Terzo aspetto su cui si litiga è poi la formulazione della domanda del referendum stesso: se di nuovo tra l’opzione binaria dentro o fuori, o tra le tre opzioni dentro, fuori senza accordo o fuori con l’accordo della May. Ovviamente i Leavers sostengono che le tre opzioni sarebbero ingiuste nei loro confronti perché spaccerebbero il loro voto e … ragazzi, smettiamola di litigare su un ipotetico referendum immaginario e pensiamo alle cose concrete che per adesso sono tutte in fiamme.

‘They need us more than we need them’ = una frase che alla fine di questo delirio allucinatorio Juncker vorrà incisa nel parlamento europeo a imperitura memoria e a monito per chi volesse di nuovo ritentare l’impresa. No, scherzo. Circa. Questa è una frase slogan diventata molto gettonata tra gli estremisti della Brexit e sostanzialmente nasce dalla parte più arrogante dell’inglesitudine: ovvero la pretesa che l’UE sarebbe stata accondiscende, quasi servile, nelle negoziazioni – e soprattutto non avrebbe mai permesso un no deal – perché a quanto pare noi abbiamo bisogno di loro più di quanto loro hanno bisogno di noi. Perché la Gran Bretagna da sola vale più di ventisette paesi insieme. L’imbecillità si illustra da sola.

Porto di Dover = quel posto da cui si entra in Gran Bretagna se si viene via terra. Perché la Gran Bretagna è un’isola. Ripeto per chi ancora non lo sapesse: la Gran Bretagna è un’isola. Sapete chi non se n’era accorto? Il più recente (e da poco dimissionario, ovviamente) ‘ministro per la Brexit’ che in una recente dichiarazione ha generato un collettivo cadere di braccia affermando di non aver davvero capito in passato l’importanza del porto di Dover. Mi fa piacere che adesso lo sai, pal: è bello imparare cose nuove. Il porto infatti è quello che connette con Calais e vede il passaggio ogni giorno di migliaia di camion (ovvero una parte sostanziale delle entrate e uscite di merci). In caso, come è ancora possibile, di un’uscita dal mercato unico e del ritorno delle frontiere (in particolare in caso no deal), gli esperti sostengono che il porto piomberebbe nel caos perché né le infrastrutture né il personale sono preparati all’evenienza, risultando in code di giorni che renderebbero impossibile per esempio il trasporto di cibi deteriorabili.

Operation BROCK = la brillante soluzione trovata dal governo inglese per il problema Dover. E per brillante intendo assoluta entropia. Il piano prevede infatti la trasformazione di un’attuale corsia di superstrada in ingresso al porto in un parcheggio permanente per camion. Così invece di stare in coda sono parcheggiati. Brilliant. Genius. Il piano è stato poi reso pubblico in modo mezzo clandestino dalle autorità stesse del porto che in questo modo hanno denunciato due anni di inefficienza e imbecillità del governo. Dategli tempo, amori: il ministro ha appena capito che siete su un’isola, mica può fare tutto insieme. Va anche fatto notare poi l’atto insincero del governo che ha promesso questa come soluzione temporanea solo per poi venire scoperto che ‘temporanea’ stava a indicare anni.

Good Friday Agreement = l’accordo firmato nel 1998 tra Irlanda e Irlanda del Nord che ha messo fine ai conflitti sull’isola rimuovendo di fatto la frontiera e permettendo l’adozione di doppi passaporti. E voi mi direte, che centra? Centra invece, centra a bloody lot.

Irish border question = la questione del confine irlandese è forse la più spinosa e complicata di tutta la faccenda, soprattutto perché i Leavers hanno di fatto creato un paradosso logico irrisolvibile promettendo in campagna per il referendum due cose completamente opposte. In pratica, per tenere buoni i suoi estremisti della domenica la May ha dovuto promettere l’uscita dal mercato unico. Un’altra promessa però era stata fatta ai Nord-irlandesi e cioè che non si sarebbe tornati alla vecchia frontiera con l’Irlanda, spettro di tanta morte e desolazione. Quindi ecco il problema: il Regno Unito che esce dal mercato unico con un suo pezzo, l’Irlanda del Nord, che non lo può fare perché questo significherebbe ripristinare le frontiere con la Repubblica Irlandese. Allo stesso tempo il governo inglese non può permettere che una sua parte abbia un regime economico diverso dal resto del paese perché questo comprometterebbe la solidità dell’unione e sarebbe un passo nella direzione di quegli irlandesi del nord che vorrebbero staccarsi da Elisabetta e unificarsi all’Irlanda. Vedete il paradosso? È quello che in stretto gergo politico viene in chiamato un Gren Merdaiò. Nell’accordo proposto dalla May la soluzione è una cosa un po’ ibrida molto imprecisata, con il Nord Irlanda che resta nel mercato unico ma non proprio e su tutta la cosa c’è un gigantesco ‘ce ne occuperemo’ che in pratica rimanda l’affrontare della questione fino a data indefinita. Un’opzione che non piace a nessuno, ma d’altronde nessuna opzione piace a nessuno.

Gibilterra = quella cosa che gli spagnoli vogliono dagli inglesi da centinaia di anni e che adesso stanno pretendendo perché ‘picchiali finchè sono a terra’ è una validissima strategia politica.

GODNESS GRACIOUS ME, WHAT A MESS

Qualunque sia il vostro orientamento politico, che vi riconosciate nel verde Padania o domiate abbracciati a una bandiera blu a stelle, ciò che è impossibile non riconoscere è che questo intero processo, dalla campagna per il referendum fino ad oggi, è stato un unico gigantesco casino.

Il referendum non sarebbe nemmeno mai avvenuto se Cameron non avesse scommesso il suo paese a dadi per poter essere rieletto. Rielezione che è durata il tempo di uno starnuto visto che in seguito l’ex-primo ministro ci ha messo un secondo a dimettersi, lasciando tutti gli altri a pulire il merdaio che aveva combinato (sì, mi sto ancora riferendo ai maiali).

Il tutto poi è stato svolto con una campagna, quella dei Leavers, così palesemente grondante di menzogne che già il giorno dopo il voto i vincitori si rimangiavano le loro promesse. Una campagna che non solo ha costruito la propria identità sulle paure della gente, ma che si è nutrita della loro povertà: l’Inghilterra infatti ha tassi di povertà spaventosamente alti per essere uno dei paesi più ricchi al mondo (come provato anche dalla recente indagine dell’UN), povertà frutto dello smantellamento chirurgico che nell’ultima decade i Tory hanno fatto del sistema welfare. E poi, quegli stessi Tory hanno creato il nemico UE per reindirizzare la rabbia di una popolazione affamata.

E in tutto questo enorme colpa hanno i media inglesi, che hanno fallito nel loro più importante compito in una democrazia: permettere alla popolazione una scelta informata. No, non si può mangiare la torta ed averla lo stesso. I tempi dell’Impero sono finiti, non importa quanto intensamente li si rimpiange.

Il governo inglese poi si è dimostrato in ogni momento completamente impreparato e inadeguato ad affrontare la sfida. Da un partito di governo in cui non si fa che giocare a chi piscia più lontano (mentre la May viene usata come agnello sacrificale), a un partito di opposizione completamente incapace beh … di fare un’opposizione produttiva, che non si riduca ai buh in parlamento ma lavori realmente nell’interesse del paese (tutto molto familiare per noi, vero?).

Il risultato è che oggi il Regno Unito è un paese diviso, la cui popolazione è tanto arrabbiata quanto stanca, mentre si prepara ad affrontare quella che si prevede essere una recessione senza precedenti e lunghi anni di assestamento che peseranno per decadi.

L’11 dicembre avverrà il tanto atteso voto del parlamento inglese sulla bozza d’accordo della May e ormai qualsiasi cosa può avvenire, con pronostici che si susseguono diversi ogni giorno. Una cosa è certa: non importa quale sarà il risultato, niente di tutto questo è ciò che nessuno avrebbe voluto. Perchè remeber, kids: Brexit means Brexit!

 Anna Gariuolo