Due cicchetti?

Eccomi qua, con il mio primo articolo.

La rubrica è quella del “Il bar dell’univer(sa)lità” ma con la tessera ESU ancora da attivare, che mi tiene lontana dalla mensa/bar universitari, e questo freddo che mi congela le orecchie, ho ben poche allegre conversazioni da riportare, se  non i soliti triti dibattiti tra team pandoro e panettone.

Nessun pettegolezzo origliato dietro un giornale stile detective televisivo, nessuna scempiaggine da commentare con bonaria ironia; perché ammettiamolo, nessuno è esente da bischerate e non tutti i nostri aperitivi sono simposi; e le leggerezze ci permettono di scivolare su queste lunghe giornate, di essere un po’ più spensierati.

Quindi, mi son detta, perché non iniziare dalla mia esperienza al bar?

Già durante la matta e disperatissima ricerca di una stanza, in quel di Verona, mi ero scontrata con alcuni simpatici intercalari; non ve la prenderete mica a male vero? Si scherza sai

Ma ancora dovevo fare i conti con il dialetto, e per una toscana come me, che il dialetto nemmeno ce l’ha, non è stato semplice.

Inizia così, fresca di trasferimento, la mia avventura da barista: tra i meandri di una lingua sconosciuta e le richieste incomprensibili di giovani butei.

“Mi fai due cicchetti?”

“Come scusa?”

“Due cicchetti!” rispondono alzando la voce, pensando forse a un qualche tipo diproblema all’udito.

“Si si ho sentito ma… non so cosa intendi!”

“Tipo tequila…”

Capisco così che le brontolate (ramanzine) ricevute da bambina sono in questa realtà shottini e che passare una serata da iena significa essere ubriachi e non sfavati (arrabbiati) come si usa invece dalle mie parti.

“Per me invece un verdone!”

Icchè?” rispondo.

“Un verdone!!”

Anche qual’udito non c’entra, quello che non funziona è la mia conoscenza delle bevute qui predilette.

“Due ugo

“Mmm, scusa eh… ma cosa sarebbe?”

Scopro cosìche il mondo dello spritz non si riduce al banale Aperol, ma che ne esistono altre versioni: Campari, menta, bianco.

Last but not least, convinta di aver sentito più o meno tutto arriva la regina delle ordinazioni.

“Buongiorno… Una mosca!”

Ammutolisco, incapace di chiedere spiegazioni, pensando a mirabolanti acrobazie per cacciare insetti e accontentare il cliente, perché si sa il cliente ha sempre ragione, per poi scoprire che mi era appena stata chiesta una sambuca con chicco di caffè.

E tra lo sboro di questo autunno e le tre bestemmie ogni due parole ho iniziato un po’ a destreggiarmi tra parole, alcool e modi di dire, anche se il dialetto stretto rimane un mistero e ha lo stesso effetto dell’accento cockney.

Bon, con la paura che mi possa scappare un mi piace al posto del mi garba, vi lascio con una domanda: cosa c’è di più universale della differenza?

Cristiana Ceccarelli

 

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