Polemiche al Salone del libro di Torino

Da giovedì 9 a lunedì 13 maggio si è tenuto il Salone Internazionale del Libro a Torino.
Si tratta di una manifestazione che ormai da anni vanta la presenza di un numero notevolissimo di protagonisti nel campo dell’editoria e riscuote da sempre molto successo. Quest’anno però è stata sotto i riflettori anche per via di una polemica di stampo politico.

Il Salone, infatti, al principio aveva accolto la richiesta di partecipazione, tra le altre, di Altaforte Edizioni, casa editrice diretta da Francesco Polacchi, molto vicina a CasaPound e apertamente neofascista. Il suo titolare ancora di recente aveva infatti sostenuto di essere fascista, e che la cosa peggiore attualmente in Italia sia la presenza dell’antifascismo.

Non serve sottolineare quanto queste dichiarazioni abbiano incendiato una parte dell’opinione pubblica, tanto da far prendere ad alcuni scrittori come lo storico Carlo Ginzburg e il fumettista Zerocalcare, oltre ad Halina Birenbaum (da sempre autrice impegnata a diffondere la propria testimonianza sulla tragedia della Shoah), la decisione di non partecipare alla manifestazione in segno di protesta. Questo perché considerano intollerabile condividere spazi con persone che pensano che atroci eventi che hanno caratterizzato il secolo scorso non siano orrori da combattere ogni giorno, ma da negare e giustificare.

Dopo lo sdegno generale l’Organizzazione ha deciso di rescindere il contratto con la casa editrice in questione, impedendole di partecipare alla manifestazione. Inoltre, a fronte di una denuncia, è stata aperta un’indagine contro Polacchi, accusato di apologia al fascismo.
Credo che questo episodio ci debba dare molto da pensare: la situazione in cui si è trovata l’Organizzazione non è stata sicuramente facile, soprattutto perché quello del Salone è un evento di cultura e di libera circolazione delle idee. Dover decidere se una casa editrice può o meno partecipare non è una cosa leggera, soprattutto senza una qualche regola o un codice etico al quale riferirsi. È anche vero, però, che in Italia l’apologia al fascismo è reato. Quindi, a mio parere, la decisione di escludere Altaforte è giustificata, anche se purtroppo la conseguenza è stata quella di offrirle una visibilità mediatica che altrimenti non avrebbe avuto.

Il punto più importante però penso sia un altro: il problema è a monte. Sicuramente una casa editrice apertamente fascista non deve essere presa in considerazione in queste manifestazioni, ma per quale motivo ha la possibilità di essere fondata?
Questa vicenda deve far riflettere in termini generali. Quello del Salone non è il primo caso in cui vediamo enti che non nascondono le loro idee di estrema destra, portando avanti la loro opinione senza che qualcuno di competente faccia qualcosa concretamente.
Le norme che vietano l’apologia di fascismo dovrebbero essere sempre applicate con rigore e i comportamenti che le contravvengono perseguiti da chi ha l’autorità per farlo. Se ciò avvenisse, non avremmo dovuto assistere a questo episodio e a molti altri, ed il Salone del libro non si sarebbe trovato nella condizione di dover assumere una decisione difficile e controversa.

Paola Landriani

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