Veganismo: effetto placebo o reale soluzione?

Il primo novembre è da sempre conosciuto come il giorno dei morti e proprio per questo, dal 1994, è diventato anche il World’s Vegan Day. Questa giornata è nata per promuovere le scelte nel pieno rispetto di ogni specie animale, non solo a livello alimentare, ma anche contro qualsiasi tipo di sfruttamento nella produzione di beni quali cosmesi o moda (settori sempre più attenti, seguendo le tendenze di mercato, al cruelty-free).
Ma è veramente possibile essere totalmente cruelty-free/harm-free da consumatori cittadini?

Il boom di crescita della domanda vegana è innegabile sinonimo del consistente aumento che hanno avuto, soprattutto nell’ultimo decennio, le scelte alimentari e gli stili di vita più green e vegetali. Il mercato si è gradualmente adattato (in Italia siamo indietro come al solito, ovviamente…) e anche molti marchi insospettabili si sono – o si stanno – convertendo in direzioni sempre più ecosostenibili e vegan.

Motivazioni di queste scelte sono varie; dalla più self-regarding scelta salutista, alla più self-conscious scelta ambiental-animalista.
Ma si tratta davvero di un risveglio di moralità assopita dovuto al sempre più insistente allarme ecologico, un modo per sentirsi meno in colpa con noi stessi, un nuovo trend che permette di postare coloratissime foto su Instagram, un’alternativa concreta per qualche reale miglioramento sostenibile?
L’opinione pubblica, a riguardo, si spacca nettamente in due: dai barbecue-fanatici, assidui frequentatori di paesane sagre della salsiccia che “l’uomo è nato cacciatore”, ai figli dei fiori 2.0 che si nutrono solo di licheni del sottobosco e armonia cosmica interiore. Gli eccessi sbagliano in qualunque caso: sentirsi eticamente superiori solo per il fatto di evitare il consumo di prodotti animali è pretenzioso e arrogante, se non inutile, come i gruppi “vagano stammi lontano” ex prioribus o chi insulta o commenta senza in verità saperne granchè (sopratutto i geniacci che commenato “bacon ahah!11!”…).
Noi qui si prova (mi impegnerò al massimo, ve lo prometto…) a non sbilanciarci troppo in nessuno dei due estremi, e ad assumere una posizione quanto più neutrale possibile.


Oltre al fattore ambientale, gran parte delle scelte vegane si basano su principi antispecisti nel rispetto di qualsiasi essere vivente. Ecco perché – anche in questo caso in maniera un po’ saputella – il vegano di oggi afferma che l’essere vegetariano, evitando il diretto consumo di carne animale ma perpetuando l’uso dei suoi derivati (i cosiddetti dairy quali latticini, uova, etc.) non sia che una soluzione a metà, ovvero né carne né pesce, per intenderci. Il motivo è che si contribuisce comunque a uno sfruttamento dell’animale e a un errato impiego di energie in un settore “eticamente scorretto”.


Partiamo da questo presupposto: il cibo con la sua produzione (non solo quella industriale), importazione, distribuzione e consumo contribuisce a essere tra i fattori a più alto impatto ambientale. I benefici sul nostro pianeta di una dieta vegana sono concreti sebbene dipendano, in alcuni casi, dalle specifiche scelte del consumatore.
Se è vero che la stessa quantità di risorse (superfice di terreni, emissioni di gas e consumi di materie prime) impiegata per un allevamento animale può provvedere al doppio, se non al triplo del fabbisogno alimentare se impegata per produzione agricola, è qui necessario fare una distinzione sui tipi di prodotto.
Come tutti i prodotti commerciabili che, nel giro di poco tempo, hanno riscontrato un elevato aumento della richiesta sul mercato, alcuni prodotti considerati un vegan-must-have sono diventati oggetto di sfruttamento di terre, risorse locali e manodopera sottopagata.


Forse non tutti i vegani sanno che non è strettamente necessario un formaggio vegetale (la marinara è bona lo stesso ndr). Questo prodotto spesso implica lo sfruttamento di maodopera umana come, giusto per prendere uno dei tanti esempi, per le tantissime donne in India del sud per gli anacardi (alimento molto usato come alternativa vegetale). Per non parlare poi delle mafie del cibo che stanno distruggendo vastissime aree – prima dedicate a colture locali e ora convertite a produzione intensiva con braccianti sottopagati – per importare in tutto il mondo nuovi trend da ricettario vegano, come la quinoa, cui più della metà della produzione mondiale avviene in Bolivia e Perù.
Ma non serve arrivare dall’altra parte del mondo (basta guardare il nostrano scandalo dei pomodori al sud Italia exempli gratia) per comprendere come il mercato del cibo, in molti casi anche di quello vegano, stia diventando un business da cifre a sei zeri. Purtroppo non ha più niente di cruelty-free verso i diritti fondamentali dell’uomo, ma solo verso gli animali.

Il problema principale si trova nel comfort quasi meccanico del “tutto sempre, subito e in qualsiasi stagione” a cui ci hanno abituato i supermercati. Indipendentemente dalle nostre scelte etiche, a prescindere dal fatto che uno mangi solo rapanelli e l’altro li usi come contorno alla bistecca, l’attenzione e la consapevolezza del consumatore (carnivoro, onnivoro, sassariano (?!) o vegano che sia) nei propri acquisti sarebbe per tutti un piccolo step verso un sistema un pochino migliore.

Mara Locatelli

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