Greenwashing all’ESU?

Ammettiamolo, da quando Greta Thunberg ha iniziato a monopolizzare le nostre dashboard di Facebook, con il suo sguardo accusatore e truce, i livelli di ansia nell’aria sono sensibilmente aumentati. Improvvisamente, dopo decenni in cui scienziati di tutto il mondo lanciavano l’allarme sul cambiamento climatico, abbiamo deciso di iniziare ad ascoltarli.

Ed ecco spuntare ovunque borracce, spazzolini in bambù, monopattini elettrici e posate biodegradabili.
Anche l’ESU di Verona ha deciso di diventare più green. Immaginate la mia gioia quando nella mensa di Santa Marta mi è stato servito il pranzo in comodi contenitori di plastica monouso, accompagnati da… un bicchiere e delle posate biodegradabili. Un piccolo passo, ma hey, non si può partire in quarta. Anche solo un piccolo sforzo è segno di buona volontà, di sicuro non ce ne lamentiamo. Anzi, ho pensato, è proprio una bella cosa. Vuol dire che la mentalità delle persone sta lentamente cambiando, che forse c’è una speranza di sopravvivere all’imminente collasso economico e sociale dovuto ai cambiamenti climatici (sì, sono catastrofista).

Povera sciocca.
La mia gioia per un pranzo leggermente più environmentally friendly è ben presto stata sostituita da un forte, fortissimo, fastidio. Perché è inutile comprare e utilizzare materiale riciclabile se poi tanto finisce tutto nell’indifferenziata. Bicchieri, posate, tovagliette in carta e contenitori di plastica monouso vengono tutti gettati nello stesso sacco nero dal personale della mensa. Sia chiaro, qui non si sta incolpando il personale, che fa solo il suo lavoro, il problema giace altrove. È inutile indossare una facciata “ambientalista” se, appunto, rimane solo una facciata. La domanda quindi sorge spontanea: che senso ha?

I sacchi neri, messi poi nell’indifferenziata, vengono forse smistati dopo? Sfortunatamente non credo, ma sarebbe carino, e rassicurante, ricevere una risposta dall’ESU di Verona.
Un’alternativa a questa situazione sarebbe se ogni studente, prima di portare il vassoio nei carrellini, si mettesse a fare l’indifferenziata. Sfortunatamente se così fosse, visto il rapporto tra numero di persone che usufruisce del servizio e numero di bidoni presenti, entro mezz’ora dall’inizio del pranzo ci ritroveremmo con un’emergenza rifiuti degna della collina di Ghazipur (la discarica alta quanto il Taj Mahal n.d.r.).
Se non si trattasse di un errore di comunicazione tra personale ed ESU, sarebbe un piccolo caso di greenwashing in piena regola.

E sì, mi rendo conto che ci sono cose più urgenti e importanti dell’indifferenziata in una mensa. Mi rendo anche conto che ci sono problemi più gravi da affrontare in UniVR, e che non sarà di certo l’indifferenziata a Santa Marta a salvare il pianeta, ma nel suo piccolo è importante.

Silvia Pegurri

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