L’odore assordante del bianco: all’interno di un manicomio di fine Ottocento con Van Gogh

Ogni volta che  mi sono trovata di fronte a un quadro di Van Gogh – e per mia fortuna è successo in più di un’occasione nella mia breve vita – ho sempre avuto una sensazione di positiva serenità.  I suoi scorci di natura, i suoi colori vivi in pennellate dense e corpose… Non sembrano, almeno in superficie, parlare di una psiche profondamente sofferente.

Lo spettacolo teatrale proposto dal regista Alessandro Maggi al Teatro Nuovo non voleva offrire il solito placido “paesaggio di vita” del pittore, ma darci uno scorcio dell’interiorità lacerata e ossessiva nascosta dietro quelle grandi, iconiche tele colorate così familiari a ognuno di noi.

Sul palco non c’è colore.
Anzi, ce n’è uno solo: il bianco.
Il bianco delle pareti del manicomio – unico scenario di tutta la pièce – in cui venne rinchiuso l’artista all’età di 36 anni. Il bianco della malattia mentale, bianco tirannico che riempie e assorda tutto lo spazio, sia l’esterno scenico sia l’interiorità cerebrale dell’artista, interpretato da un sublime Alessandro Preziosi.
Il bianco che diventa, per un maestro del colore come Van Gogh, insopportabile condizione di sospensione dalla vita reale tanto da chiedersi se non sia stato proprio tutto quel bianco ad averlo portato alla pazzia.
Anche i personaggi che interagiscono con Vincent durante lo spettacolo – dal fratello Theo, agli infermieri e il direttore del manicomio – diventano bianchi, trasparenti, tanto che alla fine, lo spettatore non può più distinguere quali siano quelli reali e quali siano solo il frutto dei deliri dell’artista.

Privato di qualsiasi tipo di colore, quello della tempera delle sue opere e quello dell’ambiente circostante, Van Gogh è nudo di fronte a se stesso, in una bianca assenza che crea fantasmi e che lo porta un’autoanalisi da cui è difficile uscire vincitori.

Mara Locatelli

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