NATALE FUORI DALLA PORTA DI CASA

Il periodo natalizio si può dire caratterizzato da una continua ed incessante lotta tra emozioni. O, più nello specifico, tra cuore e ragione. Succedono le cose più strane. La libido della gente esplode ed è l’unico momento dell’anno in cui il super-io, sentendosi ormai superato, si mette da parte. Follia, completa follia. In tutto questo marasma che già di per sé crea confusione da qualche migliaio di anni, mettiamoci anche il virus. Sembra una barzelletta. Aggiungiamoci poi i tamponi fai-da-te e non puoi non ridere.

Ogni singola persona ha aumentato l’attenzione che poneva alla propria salvaguardia. Gli anni scorsi ai centri commerciali sgomitavi per accaparrarti quel maglione di cashmere, ora prima di toccarlo lo passi con l’antitetanica. Giusto per essere sicuri. Natale è sempre stato un po’ da dimenticare ma mai come quest’anno. Se le persone in generale hanno paura, gli anziani hanno sbarrato casa. Ora si mettono in terrazza come i gendarmi per controllare che nessuno osi suonare quel campanello, sennò è fuoco a vista.

La settimana scorsa sono andato da mia nonna per consegnarle il solito cesto di Natale da parte della mia famiglia. Credo di aver suonato quel campanello almeno dieci volte. Nessuna risposta. Allora, conoscendo l’indole pantofolaia della vecchia, ho provato a chiamarla al telefono e, dopo una quindicina di secondi mi risponde con aria disinvolta e tranquilla: «Sì, sono a casa, perché?». Cercando di controllare la collera le ho risposto: «Sono fuori casa da un quarto d’ora. Mi apriresti?». Risposta negativa. Ho dovuto dirle che sarei salito solo per lasciare il cesto fuori dalla porta. Solo così l’ho convinta. Sarebbe stato più semplice convincere un serial killer chiuso nella Trump Tower a lasciarmi gli ostaggi…

Ma se da un lato alcuni anziani si danno il cambio di notte per sorvegliare la zona, armati di amuchina, dall’altro ci sono invece quelli che non escono di casa ma che ospitano tutti. L’altra mia nonna. 

Amo quel subdolo fattore psicologico che le fa credere che la sua porta di casa sia un meccanismo tecnologico avanzatissimo per cui qualsiasi persona che ci passa attraverso viene immediatamente privata di un potenziale virus. Ho dovuto spiegarle tre volte che indossavo la mascherina per proteggerla. Forse considera la sua casa un bunker di massima sicurezza. 

Sembra, in minima parte, che il virus abbia un doppio effetto. Uno sulle persone che effettivamente ci vengono in contatto (e purtroppo sappiamo quali effetti disastrosi ha e ha avuto) e uno invece su chi ha paura di prenderlo; fa sì che questa paura diventi tale da trasformare il comportamento di questa persona in disadattivo. Insomma, vedremo cosa ci diranno i sociologi a fine pandemia. 

Forse uscirà una strana ricerca effettuata dall’Università di Harvard (vengono tutte da là, è una sorta di monopolio) che evidenzierà come l’affetto dei nonni per i propri nipoti durante il periodo della pandemia sia notevolmente diminuito. Aspettiamo e vediamo; intanto cerchiamo comunque di non abbandonare anche le persone che, a causa di questa situazione, hanno difficoltà a vedere gli altri. Cerchiamo, magari il giorno di Natale, di passare sotto quel condominio occupato dai nonni-gendarmi e lasciare un pacchetto ben disinfettato nella carrucola che utilizzano per la spesa, o chiamiamo solo per un saluto quel nostro amico che per paura rimane chiuso in casa tutto il giorno. A volte serve ricordare che non è così scontato, – e mi rivolgo a noi “giovani” – non avere paura (che non significa fare quello che ci pare).

Michele Motta

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