DAL LETAME NASCONO I FIOR: I PRO DI UN 2020 DISCUTIBILE

Non so voi, ma se avessi saputo che il 2020 sarebbe andato in questo modo non avrei rinnovato la mia sottoscrizione al pianeta Terra. Parliamoci chiaro: in soli dodici mesi si sono allineate più sfighe che nell’ultimo quinquennio, e se prima ripensavo al 2019 come un anno un po’ meh, con il senno di poi mi viene da pensare che si stesse meglio quando si stava peggio.

Ora, per fortuna, siamo arrivati alla conclusione: l’ultimo livello di Jumanji, o la sfida finale di Space Impact, per i fedelissimi della Gen Z. Giunti a questo punto, ne abbiamo un po’ tutti le palle piene del 2020, e vorremmo solo lasciarci alle spalle le tragedie che ci ha portato: una recessione economica globale ed il covid, con tutte le sue conseguenze in termini di salute mentale, fisica e di limitazioni alla libertà personale, tanto per citarne un paio. E, se proprio vogliamo fare i veneti imbruttiti, pure la sospensione dello Spritz delle 18. 

Considerato l’attuale stato di cose, credo ci sia un bisogno generalizzato di un palate cleanser, di qualcosa di positivo a cui aggrapparsi in prospettiva dei prossimi mesi. Così potremo riguardare al 2020 con lo stesso trasporto con cui ci si approccia a uno scarico della doccia otturato, ma allo stesso tempo considerarlo un anno catalizzatore, in senso positivo, per molte ragioni.

Numero uno: Trump ha perso le presidenziali americane(!!!), e se l’ascesa al potere di un altro privileged white man non è una vittoria, che il suo Vice Presidente sia una donna afroamericana è un bel premio di consolazione. Al di là della personalità un po’ sleepy di Biden, c’è da riconoscere che oltre ad aver scongiurato un secondo mandato di Trump, la sua elezione ha spalancato le porte a cambiamenti radicali. Ad esempio, il rientro degli USA nell’Accordo di Parigi, maggiori garanzie per le minoranze e l’estensione dell’Obamacare, che l’attuale presidente aveva invece tentato di far abrogare più volte in passato.

Numero due: drastica diminuzione dell’inquinamento, e l’ambiente ringrazia. Se si può trarre qualche nota positiva dal lockdown, questa arriva dalla migliore qualità dell’aria a livello mondiale dovuta ai mesi di chiusura. Non c’è da sperare che la situazione resti tale, ma è possibile che dopo questa prova generale non voluta, sempre più Paesi applichino policy più rigide per la salvaguardia dell’ambiente e investano nella green economy. Magari rendendosi conto nel frattempo che i Fridays for Future non sono una vaccata scusa, ma una wake up call sulle conseguenze delle scelte di ogni giorno, con buona pace di Greta Thunberg. 

Numero tre: risveglio dell’attivismo socio-politico, anche digitale. Il 2020 è stato l’anno delle proteste, e in tantissimi Paesi (Bielorussia, Cile, Armenia, Libano e chi più ne ha più ne metta) milioni di persone sono scese in piazza a sostegno di cause importanti e sentite. Dalle manifestazioni contro le limitazioni ai diritti umani e la brutalità della polizia, fino alle ribellioni contro la corruzione del governo e le discriminazioni razziali e sessuali. Il covid purtroppo ha in parte ostacolato questi eventi, ma i social sono stati utilissimi nel riparare, permettendoci di donare supporto virtuale a cause lontane da noi. Esempio lampante è stato il sostegno globale nato nei confronti delle proteste anti-razzismo di Black Lives Matter, sorte dopo l’omicidio di George Floyd a Minneapolis il maggio scorso. 

Numero quattro: miglioramento della coesione sociale. Nello scorso numero di Natale, mi ero scagliata contro l’ipocrisia che si sprigiona sotto le feste e lo sfilacciarsi dei legami fra le persone. Ora, premettendo che sono riluttante a gettarmi dall’altra parte della barricata, devo riconoscere che a distanza di un anno l’umanità mi ha sorpreso. In uno stato di crisi come quello attuale, in cui ci sarebbero tutte le premesse per dare le spalle al prossimo, molti di noi fanno l’indicibile per sostenere chi è in difficoltà, a costo zero. Paradossalmente, pare che tante sconfitte collettive ci abbiano reso più umili, più riguardosi nei confronti di chi amiamo e meno schivi verso chi non conosciamo. La mia domanda perciò è tendenziosa, ma d’obbligo: ci serviva davvero una pandemia globale per “essere tutti più buoni”? No perché ha funzionato. Mazel tov!

Per tirare le somme, il 2020 decisamente non è stato come ci immaginavamo – Stephen King a parte, che ne ha chiaramente scritto la trama – ciò però non significa che non possiamo gioire dei fiori nati dal letame. Per non alzare troppo l’asticella, l’unico augurio che posso farvi (e farmi) è che il 2021 sia un anno anche solo un pelo migliore di quello che si sta concludendo, e possibilmente che non riempia mai il plot hole di maggio sulle vespe assassine.

Ilaria Erbice

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