MUTANDE E ASSORBENTI, GLI AIUTI ALLE PRIME “ALI”

Eccoci qua, a inaugurare, con questo articolo, la nuova rubrica della Gallina: “La Rubrica della Vergogna”. Una rubrica rivolta a tutte quelle persone che nella vita si sono vergognate o si vergognano di o per qualcosa, e lo fanno perché coinvoltə in processi socio-culturali, convinzioni e convenzioni, strutturate e perpetrate nei secoli dei secoli, che fanno nascere in noi sentimenti di vergogna e imbarazzo. Questa rubrica è, quindi, rivolta a tuttə e pensata per discutere, facendola così crescere insieme; poiché tuttə siamo coinvolti, anche se in modi diversi, in meccanismi limitanti le nostre persone. E tu, di cosa ti vergogni? Qual è la cosa di cui non ti vergogneresti se non ci fosse, da parte della società, un giudizio morale? Scrivici!

No, non è una cosa schifosa, no non è il preludio di profondo rosso e no, no, no, no a qualsiasi cosa sgradevole tu possa aver pensato solo leggendo il titolo. È “solo” il ciclo che fa soffrire solo me (qui non si parla di dolore condiviso – metà della pena) o con me tutte quelle persone che ne soffrono, il loro, non il mio. Vi svelo un segreto: non si passa per osmosi. È “solo” il mio babbo che aiutava sua figlia in difficoltà al primo approccio nel “diventare signorina”; perché tra persone che si vogliono bene si fa’ anche questo.

Dico “solo” perché non è usuale che una donna si senta così a suo agio a parlare di ciclo con gli uomini. E invece “babbo mi fa male la pancia”, “oddio babbo mi sono venute e non lo sapevo, passami l’assorbente”; e magicamente, a volte, arrivava già posizionato sulle mutande da ciclo (if you know what I mean). Grazie! Anche perché, agli albori della mia relazione con la zia dalla Russia, sbagliavo a mettere le ali bene una sopra l’altra con la colla, che fa parte di quel 22% di iva che fa’ scorrere il ca$h tanto quanto il flusso.

Sono stata fortunata, per quanto ancora parlare di fortuna in questi casi mi provochi un leggero fastidio all’altezza dello stomaco, perché il ciclo non è mai stato un tabù in casa mia: non l’ho mai dovuto nascondere o non ho mai dovuto cercare solo la mamma se avevo bisogno di qualcosa, da una medicina a una borsa di acqua calda (rigorosamente non a contatto diretto col corpo), a una parola di conforto. E si, soffro proprio tanto. 

Anche con mio nonno, sebbene non si raggiungano certi livelli, non ho mai mentito, anzi quante lamentele: “Bimba come stai?” – “Non me lo chiedere nemmeno, che m’è venuto il ciclo stamani”, e mia nonna dietro con l’invincibile cura del the caldo sempre sul fornello.

Con questi aneddoti vorrei far passare un messaggio: il ciclo non è quell’evento, o quella visita, da nascondere, ma una quotidianità che come tale dovrebbe essere condivisa. Nasconderlo non fa’ altro che alimentare quell’immagine di femminilità, risultato di un costrutto, che rende ancora una volta le donne oggetto di imposizione e imbarazzi dettati da altri. Questa condivisione – ovviamente- non può essere forzata: decidere di non condividere deve essere una scelta personale, non un’omissione dettata da un disagio esterno imposto sull’argomento. Un controllo questo, che le donne non possono più sopportare e tollerare, e che limita la loro libertà di espressione. Chi sono gli altri per decidere di cosa posso o non posso parlare? Chi sono per decidere cosa sia giusto condividere o meno?

Non mi vergogno di avere il ciclo o di macchiarmi, non mi vergogno di stare lì al supermercato a fissare le diverse confezioni per scegliere quella più conveniente – maledetti beni di lusso -, non mi vergogno se dalla borsetta mi escono assorbenti o tampax cercando altro, non mi vergogno perché ho il ciclo, ce l’ho e basta, non mi vergogno a parlarne, non lo sostituisco con altre scuse se proprio il ciclo a volte mi fa rimandare qualche impegno. Ho il ciclo punto e basta.

 Concludo dicendo che sia per il ciclo che per la menopausa, quando arriverà, continuerò a lamentarmi, se mi andrà di farlo, ma oggetto delle mie lamentele sarà il vostro atteggiamento, soprattutto da chi il ciclo non ce l’ha ma si permette di parlarne giudicando chi invece ce l’ha.

Una persona col ciclo

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