Cronache di una pendolare sfortunata

Un altro anno è iniziato e con lui è ripartita anche la nostra solita routine: sveglie che suonano, litri di caffè per riuscire ad aprire entrambi gli occhi e la fatidica corsa per aggiudicarsi il banco migliore. Dopo questi anni di quarantene, didattiche a distanza con connessioni scarse e una calda coperta sopra le gambe per affrontare al meglio le lezioni, tutto sembra essere tornato alla normalità. Perfino gli autobus e i treni hanno ripreso a causare una quantità sterminata di problemi come nel periodo pre-covid. Noi poveri pendolari  abbiamo ripreso a disperarci e a pregare che l’autobus o il treno arrivino in un orario accettabile.

Essendo una pendolare da ormai qualche anno, posso affermare di aver visto tutto quello che si potrebbe vedere su un autobus. Ormai non mi stupisce più niente. Sono consapevole che un breve ritardo può accadere, soprattutto se si entra nel traffico mattutino di Verona, e che l’autista non è di certo Mosè in grado di fare un varco tra le auto e passare tranquillamente, ma non posso di certo giustificare un ritardo di 30 minuti quando la tua fermata è la prima e soprattutto quando non si trova a Verona.

Nel corso degli anni ho cercato anche di pensare al motivo di tali ritardi, ma ho deciso quasi subito di rinunciare perché non sarei arrivata a nessuna conclusione. Quello che però continuo a chiedermi è perché sempre a me? , perché non credo sia normale che tutte le disgrazie sugli autobus possano accadere ad una persona sola: ritardi di 40 minuti, gli autobus che proprio non si presentano, gli autisti che non conoscono la strada e che chiedono a noi poveri pendolari sfortunati le indicazioni stradali, le ruote distrutte da oggetti non identificati oppure semplicemente andate a fuoco per motivi ancora a me sconosciuti e molto altro. Insomma, tutto a noi.

Sono questi i momenti in cui mi chiedo come mai non sia andata a scuola con la mia bellissima macchina rossa fiammeggiante (che peraltro non ho) o semplicemente perché abbia deciso di studiare invece che trovarmi un bel marito ricco in grado di donare a quei poveri autisti un GPS decente. Sta di fatto che noi poveri pendolari abbiamo ricominciato questa avventura nel mondo dei trasporti senza sapere come si concluderà. 

Non ci resta solo che sperare di arrivare prima che il professore inizi il suo lungo monologo o che almeno l’autobus si presenti. L’unica cosa che possiamo fare è attendere.  Molte volte nel corso di queste attese rimarremo a piedi nel caldo afoso o nelle più fredde giornate invernali e mi sento di consigliare ai nuovi pendolari di portare sempre con sé soldi per cappuccini fumanti, qualche libro, un paio di cuffie  e un po’ di pazienza !

Maria Teresa Tortorella

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