Da maturandi ad universitari è un attimo

 Care lettrici e cari lettori, questa volta mi voglio rivolgere soprattutto a tutti quelli di voi che, come me, all’inizio della scorsa estate si stavano disperando per imparare a memoria l’elaborato d’esame, ringraziando però allo stesso tempo tutti i santi per non dover fare anche gli scritti. Voglio dare voce alle ansie di coloro che, solo qualche mese fa, hanno subito il trauma di uno degli esami più spaventosi e ora si ritrovano catapultati in un mondo nuovo e da scoprire. Un mondo dove i professori ti stupiscono chiamandoti signora/e manco avessi novant’anni, un matrimonio irrecuperabile alle spalle e un’orda di figli da mantenere.

Parlo con la voce di chi ha vissuto tutto questo in prima persona, come molti di voi e che ora cammina tra questi corridoi, cercando ancora di orientarsi per trovare la macchinetta del caffè più vicina. Vi siete accorti di quanti cambiamenti abbiamo dovuto affrontare in così pochi mesi? A settembre non c’erano i nostri compagni ad aspettarci davanti alla porta del liceo e in aula non c’erano quegli insegnanti che ormai non ci volevano più vedere tanto quanto noi non volevamo più vedere loro. No. C’erano persone estranee, un forte senso di inadeguatezza, uno scintillio di emozione e tanta tanta paura. Quanti come me, mentre si avviavano all’entrata, continuavano a ripetersi di stare calmi, di non svenire, di non fare cose stupide e soprattutto pregavano se stessi di non fare immediatamente una bella figura di merda?

Poi nella mente sono arrivate le affermazioni tranquillizzanti, del tipo “sei qua, la facoltà l’hai scelta tu e quindi non ci sarà nessun problema”. Con il passare dei giorni, hai forse però iniziato a pensare che non eri nel posto giusto: tutti intorno a te sapevano perfettamente cosa fare, come comportarsi e cosa rispondere. Alle domande allucinanti dei professori, tutti avevano le soluzioni e hai iniziato a chiederti quanto potessi essere analfabeta. Ammettiamolo: c’è voluto un po’ per intuire che in realtà se la stavano facendo tutti sotto e probabilmente chiunque cercava di improvvisare.

Quando poi hai finalmente capito che forse saresti riuscito a sopravvivere, hai iniziato a vedere anche le cose belle: credo di essermi emozionata quando ho scoperto che le mie compagne amavano quanto me la Feltrinelli. Insomma, al liceo, ogni volta che parlavo di libri e biblioteche, mi guardavano come se fossi stata un alieno. Qui le persone ti capiscono perché hanno i tuoi stessi interessi, è la prima cosa che ho imparato dell’università. Tuttavia, proprio nel momento in cui pensavi di avere in mano le regole del gioco, quando vedendo gli studenti appena laureati scattarsi foto nel chiostro, sei riuscito a non piangere, è arrivata la prima sessione d’esame. Un intero mese di studio matto e disperatissimo, con le pupille fuori dalle orbite per l’eccesso di caffeina e probabilmente con qualche denuncia da parte dei corrieri che quasi si spaventavano vedendoti nel momento della consegna dei pacchi. Giuro, vorrei strangolare la me stessa che solo un anno fa si lamentava di dover studiare il capitolo intero di un libro: ora è già tanto se abbiamo un solo libro da studiare per materia.

Se però state leggendo, miei cari, vuol dire che ci siete riusciti. Avete superato questo primo scoglio, state recuperando le energie per giugno (evito di ricordare che per noi non ci saranno il sole e il mare ad aspettarci, ma solo altri esami) e ora forse avete finalmente capito di essere nel posto giusto. So che sarà ancora molto dura, ma -accidenti!- lasciatemi fare un po’ la sentimentale: siamo sulla strada del nostro futuro! Studiamo finalmente ciò che ci piace (più o meno) e siamo tra persone che hanno il nostro stesso obbiettivo. Abbiamo fatto tanta fatica e tanti sacrifici, stiamo quasi uscendo da una dannatissima pandemia che ha oscurato anni importanti (sperando che non venga sostituita dalla guerra), quindi non possiamo di certo arrenderci ora. Chissà però per quanto ancora, arrivati davanti al nostro plesso universitario, guarderemo inebetiti le porte girevoli pensando: “Come diamine ho fatto ad arrivare fin qua?”

Matilde Scavino

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