Questione di priorità

Oltre i soliti pregiudizi sull’immigrazione

A chi non è capitato di viaggiare? Chi più e chi meno, ma abbiamo provato tutti l’emozione di prendere l’aereo o il treno e raggiungere un luogo sognato da tanto, oppure la gioia di sperimentare temporaneamente una piccola indipendenza, o ancora la curiosità di immergersi in una nuova cultura, ma se non si avesse voglia di lasciare casa forse perché ci si sta bene?

Se si fosse costretti a partire perché è l’unica soluzione per sopravvivere ai continui spari dei cecchini che rimbombano fuori dalla finestra? Se non fosse una crociera passata sul comodo lettino da sole della Costa, ma un travaglio lungo il Mediterraneo con appresso solo un paio di scarpe e sulle spalle la paura di non sapere se si passeranno inosservati i controlli delle dogane? Per non parlare della scarsa possibilità di sopravvivenza e dell’angoscia della vita che si dovrà costruire dopo. Ce lo siamo mai chiesti?

Il Centro Astalli Trento, con il suo corso intensivo sulle migrazioni forzate, mi ha dato occasione di scoprire più da vicino i travagli che toccano migliaia di migranti ogni giorno.

Come quello di Joy Ehikioya, ragazza nigeriana dovuta fuggire dal proprio paese perché discriminata per la sua malattia: l’albinismo. In Nigeria, avere la pelle bianca non è una fortuna, bensì è simbolo di disgusto e, per questo, motivo di discriminazioni e ripugnanza. Un giorno, cercando di non percorrere le strade affollate per non mostrare la sua diversità in pubblico, come consigliatole dai genitori, Joy si imbatte in un vicoletto. Nel giro di pochi secondi viene immobilizzata e costretta nel baule di un’auto. Perde i sensi. Al suo risveglio, si ritrova bloccata su un letto, derisa per il colore della sua pelle, violentata dai due uomini che l’hanno rapita. L’unica speranza di quel momento è quella di morire di una morte istantanea, ma fortunatamente trova una soluzione diversa: una finestra. Riesce a scappare e arriva in Libia, dalla Libia in Italia. «Dopo tanta sfortuna, finalmente troverò la libertà qui», è quello che pensa. Magari! Non sono bastati i due o forse addirittura tre mesi di viaggio, arrivata al centro accoglienza ha aspettato per ben due anni l’approvazione a status di rifugiata, passaggio fondamentale per ottenere il permesso di soggiorno e quindi riuscire a costruirsi una vita nuova; altri cinque per il riconoscimento della cittadinanza e ancora oggi il suo viaggio le regala delle sofferenze. Nonostante abbia studiato sui banchi di scuola come tutti, sappia parlare correttamente l’italiano, abbia degli amici e una vita sociale all’interno di una comunità, Joy è una studentessa universitaria alla quale viene tolta l’opportunità di risiedere in un appartamento perché straniera, la compagna di corso che viene isolata dai discorsi sulla società italiana perché non classificata cittadina, la ragazza che ruba il lavoro ai “poveri” giovani italiani, la persona che viene costantemente squadrata.

Migrazione significa fatica, proprio come mi racconta lei, fatica che troppo spesso viene ignorata. Al di là dei nostri confini, al di là del mare non si scherza: c’è la guerra, la miseria, la morte e scappare non è un capriccio, bensì possibilità di sopravvivenza. Perché mai aggrapparsi alle ali di un aereo in decollo (immagini girate in tutto il mondo dopo la presa di Kabul da parte dei talebani) e preferire di cadere come foglie piuttosto che rimanere ancorati a terra? Invece loro sono quelli che ci stanno invadendo e per i quali spendiamo fondi che potrebbero essere destinati a questioni di maggiore priorità.

Priorità? Salvare novanta persone da un naufragio anziché lasciarle morire per mancato soccorso è una priorità! Assicurarsi che, come la Costituzione prevede, ci sia davvero un principio di uguaglianza di cui tutti possano godere è una priorità.

Forse se provassimo a adottare la politica dell’ascolto, ad agire con più accoglienza, che in altre parole significa colmare il cuore di umanità e avere più empatia, o semplicemente comportarci da cittadini, la fatica avrebbe un peso diverso e scopriremmo che dietro ai nostri falsi miti si nasconde qualcuno che chiede semplicemente una mano.

Chiara Calvi

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