L’ombra della paura rossa

Sono le 4 del mattino del 24 febbraio, ora italiana, quando il presidente russo Vladimir Putin annuncia in diretta tv l’inizio di quella che definisce “un’operazione speciale”. Gli abitanti dell’Ucraina vengono svegliati improvvisamente dalle esplosioni delle bombe che piovono sulle loro città. Uomini e giovani ragazzi impugnano le armi per difendere il proprio Paese; donne, bambini e anziani si nascondono in qualsiasi luogo possa offrire loro riparo o cercano di raggiungere i Paesi vicini per fuggire dagli orrori della guerra. È l’inizio di un conflitto nel cuore dell’Europa che perdura ormai da oltre ottanta giorni e che conta già innumerevoli vittime su entrambi i fronti.

Questo triste quadro, che al giorno d’oggi pare quasi surreale, sembra prendere vita da vecchie pagine di storia. Le lancette dell’orologio sono state riportate indietro a tempi ormai dimenticati: una “cortina di ferro” sembra essere calata nuovamente in Europa. La nota metafora di Winston Churchill pare oggi più attuale che mai, in questa nuova Guerra Fredda tra l’Occidente ed il gigante russo, i quali si feriscono a vicenda tramite sanzioni per evitare uno scontro diretto, una guerra nucleare. Il timore di un’escalation del conflitto si sta diffondendo a macchia d’olio e il mondo occidentale sembra reagire con un rapido allontanamento da tutto ciò che le ricorda l’attuale nemico. 

Vittima di questa sorte è anche la cultura russa, ingiustamente considerata responsabile dell’orribile tragedia causata dalla politica di Mosca. 

Trascorre meno di un mese dall’inizio della guerra in Ucraina, infatti, quando l’università Bicocca di Milano comunica allo scrittore e traduttore Paolo Nori che il suo corso su Dostoevskij sarebbe stato rimandato al fine di “evitare ogni forma di polemica, soprattutto interna, in questo momento di forte tensione”. Il padre di Delitto e castigo subisce così una stigmatizzazione non necessaria in quanto “colpevole” solamente di condividere con il leader russo la nazionalità.

A numerosi artisti ed atleti di origine russa è stata inoltre preclusa la partecipazione ad eventi e competizioni a livello internazionale solamente a causa della loro provenienza o per aver rifiutato di schierarsi pubblicamente contro la guerra, mossa che avrebbe potuto mettere in serio pericolo le vite degli stessi e delle rispettive famiglie.

La cancel culture occidentale arriva in certi casi ai limiti dell’assurdo. Alcuni locali negli Stati Uniti hanno deciso di modificare il nome dei cocktail che ricordano il Paese russo. Il White Russian e il Black Russian diventano così White Ukrainian e Black Ukrainian, mentre il Caipiroska lascia il posto al Caipi Island. Oggetto di questa protesta simbolica dei bartender americani è stato anche il noto Moscow Mule, il cui nome è stato modificato in Kiev Mule o Snake Island Mule, rispettivamente dal nome della capitale e dell’isola ucraina al centro del conflitto. La messa al bando del famoso cocktail non avrebbe comunque alcun fondamento: il “Mulo di Mosca” non sarebbe nemmeno russo, in quanto nato a Los Angels, in California.

Sempre più insensata e dilagante sembra, quindi, l’ombra della paura rossa che è calata sul mondo occidentale. L’ingiusta censura della cultura russa che ne deriva è un grave errore che da un lato condanna un’intera popolazione, nonostante parte di essa stia protestando ogni giorno contro la guerra, mentre dall’altro sta fornendo al leader russo gli strumenti necessari per alimentare la propria propaganda contro l’Occidente.Mi appello quindi a voi, cari lettori: leggete Anna Karenina, ascoltatevi le composizioni di Čajkovskij e ammirate la grazia del Lago dei cigni perché, come ci ricorda l’antropologa americana Ruth Benedict, “la cultura è ciò che tiene insieme gli uomini”. È nostro dovere pertanto tendere una mano anche alla cultura russa per non dimenticare che solo l’unione dell’intera umanità può portare davvero alla pace.

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