La pace è bella

Quest’anno il concerto del primo maggio si è svolto all’insegna dello slogan: “al lavoro per la pace”. Il tema principale è stato, ovviamente, la condanna della guerra in Ucraina, che è stata il filo conduttore di tutte le esibizioni. Tra queste, ha spiccato lo show del comico Valerio Lundini, che si è distinto nettamente cantando l’inedito La guerra è brutta

L’artista romano ha introdotto il suo sketch dicendo: «abbiamo scritto una canzone sulla guerra, ovviamente contro, ed è nata perché abbiamo scoperto che l’unica arma contro la guerra, l’abbiamo detto più volte oggi, è la musica! Evviva!». Il brano esprimeva concetti analoghi, con versi che recitavano «più di qualunque proiettile è potente la nostra retorica» oppure «con queste poesie noi fermeremo le artiglierie». Fino a questo punto l’esibizione di Lundini non ha niente di sconvolgente, ma spiazza tutti con un colpo di scena: la canzone viene interrotta dalla telefonata (finta, ovviamente) di Vladimir Putin. Il supposto presidente russo annuncia di voler fermare la guerra, convinto proprio dalle belle parole della canzone. Lundini esulta: «non ci credevamo nemmeno noi!» e la musica riprende mentre il pubblico va in visibilio.

Le clip dell’esibizione di Lundini sono diventate virali, ma hanno anche suscitato un certo scalpore. In molti hanno visto nelle parole del comico romano un’ironia, nemmeno troppo velata, che si prende gioco della retorica pacifista intransigente e del rifiuto assoluto della guerra. Insomma, avrebbe colpito proprio quelle istanze che hanno animato questa edizione del concerto del primo maggio. Tutto questo è avvenuto tra gli applausi entusiasti del pubblico, che forse non ha colto il sarcasmo. L’intento satirico non è certamente nuovo a Lundini, ma non è chiaro quale sia l’alternativa che propone a questa visione.

Sono tanti i quesiti che la guerra ci pone, i principi morali sono duramente messi alla prova in una situazione barbara che non sembra accettare opinioni moderate. Forse Lundini sceglie volutamente di lasciare in sospeso queste domande che richiedono una profonda e intima riflessione nell’ambito dell’etica personale.

La cifra stilistica di Lundini si basa ampiamente sulla decostruzione estrema e sulla citazione, che gettano lo spettatore in un mondo allo stesso tempo assurdo e familiare. Nella telefonata tra il comico e Putin, alcuni hanno visto un rimando al mondo dei talk show, con le loro liti infuocate e le telefonate al vetriolo. Il ricorso alla citazione non è confinato alla comicità, ma avviene frequentemente nel mondo politico, con lo scopo di dare un’interpretazione definita e riconoscibile di eventi altrimenti molto più complessi. La guerra in Ucraina, infatti, è stata paragonata a molti avvenimenti del passato. In primis dai russi, che ci vedono una crociata contro il nazismo, come quella che hanno combattuto durante la seconda guerra mondiale. Alcuni italiani, invece, rivedono i partigiani della resistenza nei combattenti ucraini. C’è anche chi teme che assecondare la Russia sia un gesto ingenuo come lo sono state le concessioni a Hitler alla conferenza di Monaco. Un intreccio di rimandi in cui si rischia di perdere la realtà della situazione e il peso delle parole con cui la si descrive. 

Nel pacifismo “da salotto” criticato da Lundini non si capisce come si configuri il rifiuto della guerra quando essa c’è già, nostro malgrado. Viene da chiedersi se il rifiuto sia un atteggiamento egocentrico di annullamento di una realtà diversa da quella che vogliamo. 

D’altra parte, non è chiaro se chi sostiene di intervenire nel conflitto abbia consapevolezza di quale sia il sacrificio che sta chiedendo. Si dice che qualcuno li dovrebbe fermare, ma nessuno si assume la responsabilità di un’azione che potrebbe costare tutto ciò che abbiamo.

Ancora, chi sostiene la via diplomatica non sembra essere consapevole che ogni forma di trattativa si basa su un confronto tra due soggetti degni. Non si può fare un accordo con un nemico disumanizzato.

Nessuna prospettiva è priva di conseguenze devastanti, ma rimandare la riflessione porterà solo a renderle più traumatiche. Nel frattempo la musica suona e la gente muore. Alziamo il volume e non sentiremo le urla.

Luca Montagnana

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