Quando non c’erano solo uomini

Il 28 gennaio presi in mano un libro che portava con sé una domanda: anche se non era stampata su quelle pagine, continuava ad emergere dagli spazi bianchi ogni volta che leggevo qualche riga. Il 12 febbraio il volume ha preso posto sul mio scaffale dei libri letti, quattordicesimo da sinistra, e speravo di riporre, schiacciata tra Jane Eyre e Il Grande Gatsby, anche quella domanda a cui mi ero rifiutata di dare una risposta definitiva… e se anche c’è una risposta, è no, io non ucciderò mai un altro essere umano!

Quando ormai La guerra non ha un volto di donna riposava pacifico da qualche giorno sul mio scaffale, la Storia mi ha riproposto la stessa domanda: tu ci andresti al fronte? 

Il 22 giugno 1944, quando Hitler volse verso l’Unione Sovietica, tantissime ragazze risposero sì; non un semplice “Voglio dare una mano”, ma un “Voglio sparare”, come ogni altro uomo. Quasi un milione di soldatesse sovietiche, la maggior parte volontarie, ha combattuto nella Seconda Guerra Mondiale. Per fare un confronto, per l’esercito statunitense hanno combattuto poco meno di 500.000 donne e per quello inglese 225.000.

Nonostante ciò, dopo la guerra sono state dimenticate. Rifiutate. A partire dalla fine degli anni Settanta Svjatlana Aleksievič decide di andarle a trovare perché parlino della loro guerra. Una guerra che non è fatta di numeri, di strategie, di gradi, ma di vita quotidiana, di famiglie, di preghiere, di valigie, di amore. Una guerra non così bella, una guerra forse più vera. La guerra del piccolo uomo (o donna), che sembra più sincero, più schietto, senza sovrastrutture prese in prestito dalla retorica e dalla letteratura.

Eppure, quando inizia la sua ricerca, i suoi colleghi quasi le ridono in faccia: non lo sa che le donne raccontano un sacco di bugie? Le donne inventano storie sentimentali, con dettagli inutili: il fazzoletto bianco che la madre di Antonina Alekseevna Kondrašova si metteva in testa cosicché la figlia la riconoscesse, quando i soldati tedeschi la mandavano avanti sui campi minati con gli altri prigionieri, come scudo umano.

“Macchè ragazze e ragazze! Sono soldati!” A tutti si chiedeva di essere soldati, ma per i maschi diventare soldati era un po’ più facile, soprattutto perché i loro scarponi erano della taglia giusta, i pantaloni e le giacche non cadevano tutti larghi e sformati sui loro corpi, l’intimo era della forma giusta, non avevano le mestruazioni una volta al mese, per cui non era fornito niente e, se non si trovava un pezzo di stoffa, si doveva marciare con le mutande e i pantaloni incrostati di sangue. Insomma, erano soldati come tutti gli altri, eppure non erano soldati proprio come tutti gli altri: perché non le prendevano sul serio, perché le scoraggiavano dal combattere, perché nessuno pensava ai loro bisogni, diversi ma non per questo meno indispensabili.

In una certa misura, però, sono diventate soldati come gli altri e per questo non sono diventate veterani come gli altri. “Quando la guerra è finita, loro si sono ritrovate sole. Prendiamo per esempio mia moglie […]. Secondo lei si arruolavano per trovarsi un fidanzato […] Non era così, […] nella maggioranza dei casi si trattava di ragazze oneste. Pure. Ma dopo la guerra… […] Desideravamo solo lasciarci tutto alle spalle, dimenticare il passato per qualcosa di nuovo, bello, luminoso. […] E abbiamo dimenticato anche le nostre ragazze.” racconta un uomo che Aleksievič incontra in uno dei suoi tanti viaggi in treno. Allora diventa anche più chiaro il motivo per cui erano ossessionate dal tornare a casa tutte intere: perché nessun uomo in sedia a rotelle avrebbe fatto fatica a trovare moglie, ma negli anni ‘50 chi avrebbe sposato una donna storpia? Una donna che per di più aveva vissuto per anni in mezzo agli uomini!

La guerra non è una: c’è quella maschile, la guerra ufficiale, la guerra dei film, e una guerra femminile, di cui si parla poco, che si carica di altre preoccupazioni, di altri sentimenti, di altri ricordi. È una guerra diversa, ma altrettanto vera, valida, orribile. Donne e uomini hanno preoccupazioni diverse, si fanno domande diverse e alla fine raccontano storie diverse, perché a renderli diversi è stata prima di tutto la nostra società.

Aurora Togni

Commenta l'articolo

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...