I giovani non hanno più voglia di (fare finta di) lavorare.

Il mese scorso ho assistito alla conferenza organizzata da UDU, Unione degli Universitari, tenuta da Alessandro Sahebi, giornalista freelance e blogger. L’eloquente titolo era “Tirocini: opportunità o sfruttamento?”, dal quale è facilmente deducibile il tema. Alle domande del moderatore Adrian Nirca, Sahebi senza indugi ci lancia in faccia le sue considerazioni, come suole fare: in maniera chiara, comprensibile ed innegabile. Ma bando alle ciance ed entriamo nel vivo dei giochi.

Il tirocinio: così controverso e assai dibattuto. Il candidato entra nel tessuto lavorativo con aspettative e preoccupazioni, per poi finire per specializzarsi nella fotocopiatura fronte e retro e a portare quattro caffè con sole due mani, che magari valgono pure come soft skills. Questi però sono solo vecchi stereotipi, dico bene? È oramai risaputo che gli stage sono quasi necessari per chiunque voglia inserirsi nel mondo del lavoro “qualificato”, come fossero una sorta di corso propedeutico ad esso. Proprio così. Hai studiato (almeno) 18 anni, hai preso quel pezzo di carta che i tuoi genitori attendevano con ansia come fosse un pargolo, ma prima di lavorare devi imparare a lavorare, pure sottopagato, se sei fortunato.

Fin da piccini ci imboccano con la retorica del “se vuoi, puoi”: se ci si ammazza di studio e di lavoro, chiunque può raggiungere il vero successo, non conta se con la gastrite da stress e i capelli bianchi a 30 anni. Una visione che mi ricorda terribilmente quella massima protestante calvinista del lavoro che nobilita l’uomo e lo candida alla salvezza di Dio, posta dal sociologo Max Weber alla base dello spirito capitalista del mondo occidentale. 

Chiamiamo le cose con il loro nome: meritocrazia. Ma cos’è, si mangia? Secondo la Treccani, si tratta di «una concezione della società in base alla quale le responsabilità più alte dovrebbero essere affidate ai più meritevoli, ossia a coloro che vantano di maggior intelligenza e capacità, oltreché chi si impegna nello studio e nel lavoro». Concetto che formalmente potrebbe avere un suo senso logico, ma solo se posto prima che si parta tutti dallo stesso livello e con le stesse possibilità: inverosimile. Come esempio a sostegno di ciò, Alessandro ci ha portato il romanzo distopico di Michael Young L’avvento della meritocrazia, nel quale tutto sembra scorrere liscio come l’olio, fino a quando, premiati i migliori della società, ai frustrati “ultimi” non resta che ribellarsi. Insomma, quanto detto finora risulta essere un robusto background costituitosi negli anni, oggi interiorizzato e legittimato. Noi giovani perciò non dobbiamo certo esimerci dalla sofferenza, poiché “è toccato a tutti e ora tocca anche a te”. 

Se questo è il lavoro, l’Università non è di certo un giardino dell’Eden, tanto per gli studenti quanto per i docenti e ricercatori. I primi, “consumatori” a caccia di CFU che misurano il loro valore, l’uno contro l’altro e con poche possibilità di lavorare in gruppo, quasi vittime di un contrappasso dantesco. Gli ultimi valutati in base alle pubblicazioni. Il destino comune è produrre più che si può, senza se e senza ma. Il sistema didattico sembra mostrare l’ossessione di voler forgiare figure da lanciare nel mercato del lavoro. Va da sé inoltre che il corso di studio acquista tanto valore quanto più è spendibile a livello professionale. 

Stiamo assistendo ad una capitalizzazione del titolo di studio che diventa quel necessario ed unico mezzo per migliorare posizione e reddito. Il tutto sfocia poi nell’educazionismo, per il quale si discriminano tutti coloro che scelgono un percorso alternativo, che non hanno voluto o potuto studiare. 

A parer mio, sembra fin troppo semplice incolpare i giovani per la loro scarsa voglia di mettersi in gioco quando farlo è frustrante e spersonalizzante. Gli stage e tirocini sono esperienze estremamente utili, dalle quali ricavare conoscenze e consapevolezze, ma vanno curate e gestite in maniera più costruttiva. Non ci possiamo adattare all’idea che l’unico passaggio obbligato verso una condizione dignitosa sia la sofferenza e la fatica. 

Sahebi ci lascia con una provocazione che tengo a riportarvi: esiste l’io-cittadino-studente/lavoratore che si adegua per sopravvivere e quello che mette in discussione il mondo in cui vive con occhio critico, si aggrega e crea forme di rappresentanza. Chi vogliamo essere noi?

ALESSIA VERONESE

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