Quando gli anni ’80 chiamano, Stranger Things risponde

Prendete un mixer, metteteci una fetta de I Goonies, 3⁄4 di Stand By Me e un pizzico di E.T.; chiudete saldamente con il coperchio e frullate il tutto per circa undici minuti. Ne otterrete Stranger Things, l’ennesima spettacolare produzione Netflix, che, purtroppo, nel “mare magnum” delle serie tv, mi era sfuggita fino a qualche mese fa.

Quando l’ho scoperta ero dubbiosa perché ho pensato alla solita serie horror piena di clichè (mostri banali, effetti sorpresa che ti fanno venire cinque infarti in meno di dieci secondi, ecc.), ma anche incuriosita perché, nonostante tutto, prometteva una storia con un intreccio sorprendentemente intrigante.
Nel dubbio, mi sono sentita in dovere di dare subito sfogo al mio bisogno di “binge watching” (ero in astinenza) e mi sono sparata tutte le otto puntate della prima stagione in due giorni.

La storia si svolge a Hawkins, una piccola cittadina dell’Indiana, nel 1983. La prima inquadratura ci mostra un affiatato gruppo di amici dodicenni, i protagonisti, intenti a giocare a “Dungeons & Dragons” (storico gioco nerd e questo già ci piace), ignari di ciò che sta accadendo in uno stabilimento fuori città: qualcuno (o qualcosa?) è scappato da una cella di massima sicurezza e sta facendo sparire chiunque gli capiti a tiro; tra le vittime finisce ben presto Will, uno dei giovani
amici. All’evasione in questione sembra essere collegata anche un’altra: quella di una bambina, Undici o “Undi” (come è soprannominata dagli altri ragazzini, scartavetrando così, come spesso accade, la finezza dell’originale inglese “El”, da Eleven), che pare dotata di particolari poteri psichici.
La ragazzina si unisce al gruppo di “sbarbatelli” protagonisti della serie per scoprire cosa stia accadendo in città, braccati dai misteriosi carcerieri di Undici, decisi a rimetterla sotto chiave.
STOP! Mi fermo qui per evitare spoiler.

Insomma cosa dire? L’ho adorata…e ammetto di essere molto esigente (eccezion permettendo, o mi pigli alla prima puntata o ti abbandono insultandoti malamente). Innanzitutto ho apprezzato davvero il richiamo a gran parte della letteratura horror e fantascientifica degli anni ottanta: io vi sfido a guardare anche solo una puntata e a non andare subito con la mente a film cult degli anni passati, come quelli citati in apertura. Le atmosfere poi sono quelle tipiche del maestro dell’horror, Stephen King (per gli amanti dei libri, questa serie tv è un must!), così come i personaggi che, tutto sommato, risultano simpatici sin dall’inizio: amici che fanno gite in bici e che si divertono con i giochi da tavolo.
Magistrali, a parere mio, le interpretazioni di Millie Bobby Brown (aka Undici) che riesce a conferire quel tocco di inquietudine a tutta la storia, ma pollici in su anche per gli altri giovani attori che sono riusciti a rendere perfettamente non solo l’ingenuità, ma anche il coraggio e soprattutto la lealtà che si può instaurare tra amici, anche se, in una storia che ha ben poco di tradizionale.
Forse proprio per questo non si riesce ad uscire da questo universo così strambo creato dai Duffer Brothers, fratelli gemelli che negli anni ottanta ci sono nati.
Se siete poi di quelli che, per la qualità, fanno affidamento sui premi vinti nelle manifestazioni internazionali, per Stranger Things la lista è lunga: Critic’s Choice Awards, SAG Awards (per farsi due risate è da vedere il video di Winona Ryder al momento della premiazione) e innumerevoli nomination.

In conclusione, mi sento di poter dare un consiglio per chi ha già visto la prima stagione e uno per chi ancora deve vederla: per i primi, pazientiamo insieme fino ad ottobre perché credo ne valga davvero la pena (ho parecchie domande che necessitano di risposte). Per i secondi, i casi sono due: o non ne avete mai sentito parlare (e posso capirvi dato che era scappato anche a me); oppure state pensando che non fa per voi. Beh, solo una parola: guardatelo/godetevelo. E se state scommettendo sul fatto che ne avete già viste troppe di questo genere, sappiate che è una scommessa già persa in partenza.

Giorgia Preti

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